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Mercoledì 21 Aprile 2021

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Vivere senza menzogna
Da Aleksandr Solženicyn indicazioni utili per noi, i prigionieri di oggi  
 
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Aleksandr Solženicyn nel 1974

 

La testimonianza di Aleksandr Solženicyn

 
Di fronte alle forti spinte totalitarie che si muovono nella società attuale trovo molto utile riprendere i contenuti della testimonianza che Aleksandr Solženicyn ci ha lasciato in eredità. Riprenderemo in sintesi i tratti salienti della sua vita e della sua opera letteraria e ci soffermeremo su quanto ha da dire a noi, oggi, la sua analisi della società sovietica.  
 
Aleksandr Isaevič Solženicyn (Kislovodsk, 11 dicembre 1918 – Mosca, 3 agosto 2008), fu uno scrittore, un filosofo, uno storico, ma soprattutto un uomo di grande caratura umana. L'opera letteraria più grande che ci ha lasciato è "Arcipelago Gulag", che ha fatto conoscere al mondo la realtà dei campi di lavoro coatto in Unione Sovietica.  
 
La parola GuLag è una sigla che indica il sistema penale dei campi di lavoro forzato in cui sono stati repressi 18 milioni di persone, molti dei quali oppositori politici. Nel momento peggiore, durante le cosiddette "purghe" staliniane, la popolazione dei prigionieri superò i due milioni e mezzo di persone, con una mortalità che salì al 15%.  
 
Il giovane Aleksandr, che non conobbe mai il padre, perse anche la madre poco dopo la laurea a causa della vita di stenti che conduceva. Le sue convinzioni erano formate dalla propaganda ideologica che permeava la vita di ogni cittadino sovietico.  
 
Si arruolò nell'esercito durante la seconda guerra mondiale e conseguì i gradi di capitano. Nel 1945, per aver criticato Stalin in una lettera privata ad un amico, venne condannato a otto anni di lavoro nel GuLag, quindi fu inviato in esilio in Kazakistan.  
 
Durante la lunga prigionia sua moglie chiese ed ottenne il divorzio. Dopo la disillusione circa le promesse dell'ideologia comunista Aleksandr approdò alla fede cristiana. Si ammalò di tumore, ma venne curato in un istituto oncologico e ne guarì.  
 
Nel 1962 venne pubblicato il suo romanzo "Una giornata di Ivan Denisovič", che racconta la sua esperienza di prigioniero. In quel periodo Nikita Chruščёv, il segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (1953 - 1964), aveva denunciato i crimini di Iosif Stalin. Era dunque possibile pubblicare opere come il primo romanzo di Solženicyn nel quadro della cosiddetta "destalinizzazione".  
 
Fu insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1970 e quattro anni dopo fu esiliato dall'Unione Sovietica. Visse negli Stati Uniti per circa vent'anni e ritornò in Russia nel 1994, dopo la caduta del regime comunista. Concluse i suoi giorni a Mosca nel 2008 e venne sepolto presso il Monastero Donskoj.  
 
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Aleksandr Solženicyn prigioniero in Kazakistan nel 1953 ©1

 

Vivere senza menzogna

 
di Aleksandr Solženicyn  
(Mosca, 12 febbraio 1974)  
 
Un tempo non osavamo fiatare, neppure bisbigliare, e adesso scriviamo per il «Samizdat», lo leggiamo, e ritrovandoci nei fumoir degli istituti di ricerca diamo sfogo al nostro malcontento: quante ne combinano quelli, dove ci stanno portando! L’inutile smargiassata cosmica, con lo sfasciume e la povertà che c’è nel Paese; rafforzano folli regimi all’altro capo del mondo; attizzano guerre civili; hanno dissennatamente tirato su (a spese nostre) quel Mao Tse-tung, e ancora una volta manderanno noi a combatterlo, e ci toccherà andarci, cosa possiamo fare? Mettono sotto processo chi vogliono, la gente sana la fanno diventare matta – loro, sempre loro, e noi siamo impotenti.  
 
Stiamo ormai per toccare il fondo, su tutti noi incombe la più completa rovina spirituale, sta per divampare la morte fisica che incenerirà noi e i nostri figli, e noi continuiamo a farfugliare con un pavido sorriso: come potremmo impedirlo? Non ne abbiamo la forza.  
 
Siamo a tal punto disumanizzati che per la modesta zuppa di oggi siamo disposti a sacrificare qualunque principio, la nostra anima, tutti gli sforzi di chi ci ha preceduto, ogni possibilità per i posteri, pur di non disturbare la nostra grama esistenza. Non abbiamo più nessun orgoglio, nessuna fermezza, nessun ardore nel cuore. Non ci spaventa neppure la morte atomica universale, non abbiamo paura d’una terza guerra mondiale (ci sarà sempre un angolino dove nascondersi), abbiamo paura soltanto di muovere i passi del coraggio civico. Ci basta non staccarci dal gregge, non fare un passo da soli, non rischiare di trovarci tutt’a un tratto privi del filoncino di pane bianco, dello scaldabagno, del permesso di soggiornare a Mosca.  
 
Ce l’hanno martellato nei circoli di cultura politica e il concetto ci è entrato bene in testa, ci assicura una vita comoda per il resto dei nostri giorni: l’ambiente, le condizioni sociali - non se ne scappa - l’esistenza determina la coscienza, noi cosa c’entriamo? Non possiamo far nulla.  
 
Invece possiamo tutto! Ma mentiamo a noi stessi per tranquillizzarci. Non sono loro i colpevoli: è colpa nostra, soltanto nostra!  
 
Si obietterà: ma in pratica che cosa si potrebbe escogitare? Ci hanno imbavagliati, non ci danno retta, non ci interpellano. Come costringere quelli là ad ascoltarci? Fargli cambiare idea è impossibile. (…)  
 
Ma veramente è un circolo chiuso e non c’è alcuna via d’uscita? E non ci resta se non attendere inerti che qualcosa accada da sé? Quel qualcosa che ci sta addosso non si staccherà mai da sé se continueremo tutti ogni giorno ad accettarlo, ossequiarlo, consolidarlo, se non cominceremo ad affrontarlo almeno dalla cosa a cui più è sensibile.  
 
Quando la violenza irrompe nella pacifica vita degli uomini, il suo volto arde di tracotanza ed essa porta scritto sul suo stendardo e grida: «Io sono la violenza! Via, fate largo o vi schiaccio!». Ma la violenza invecchia presto, dopo pochi anni non è più tanto sicura di sé, e per reggersi, per salvare la faccia, si allea immancabilmente con la menzogna. La violenza non ha altro dietro cui coprirsi se non la menzogna, e la menzogna non può reggersi se non con la violenza. Non tutti i giorni né su tutte le spalle la violenza abbatte la sua pesante zampa: da noi esige solo docilità alla menzogna, quotidiana partecipazione alla menzogna: non occorre altro per essere sudditi fedeli. Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili:che non domini per opera nostra!  
 
È questa la breccia nel presunto cerchio della nostra inazione, la breccia più facile da realizzare per noi, la più distruttiva per la menzogna. Poiché se gli uomini ripudiano la menzogna, essa cessa semplicemente di esistere. Come un contagio, può esistere solo tra gli uomini.  
 
Non siamo chiamati a scendere in piazza, non siamo maturi per proclamare a gran voce la verità, per gridare ciò che pensiamo. Non è cosa per noi, ci fa paura. Ma rifiutiamoci almeno di dire ciò che non pensiamo. È questa la nostra via, la più facile e accessibile, data la nostra radicata e organica codardia, una via molto più facile che non (fa spavento il nominarla) la disubbidienza civile alla Gandhi.  
 
La nostra via consiste nel non sostenere in alcun modo consapevolmente la menzogna. Avvertito il limite oltre il quale comincia la falsità (ciascuno lo discerne a modo suo), ritrarsi da questa cancrenosa frontiera! Non rinforzare i morti ossicini e le squame dell’Ideologia, non rappezzare i putridi cenci: e saremo stupiti nel vedere con quale rapidità la menzogna crollerà impotente e ciò che dev’essere nudo, nudo apparirà al mondo.  
 
Ognuno di noi, dunque, superando la pusillanimità, faccia la propria scelta: o rimanere servo cosciente della menzogna (certo non per inclinazione, ma per sfamare la famiglia, per educare i figli nello spirito della menzogna!), o convincersi che è venuto il momento di scuotersi, di diventare una persona onesta, degna del rispetto tanto dei figli quanto dei contemporanei. E da quel momento tale persona:  
  • non scriverà più né firmerà o pubblicherà in alcun modo una sola frase che a suo parere svisi la verità;
 
  • non pronunzierà frasi del genere né in privato né in pubblico, né di propria iniziativa né su ispirazione altrui, né in qualità di propagandista né come insegnante o educatore o in una parte teatrale;
 
  • per mezzo della pittura, della scultura, della fotografia, della tecnica, della musica, non raffigurerà, non accompagnerà, non diffonderà la più piccola idea falsa, la minima deformazione della verità di cui si renda conto;
 
  • non farà né a voce né per iscritto alcuna citazione «direttiva» per compiacere, per cautelarsi, per ottenere successo nel lavoro, se non è pienamente d’accordo col pensiero citato o se questo non è esattamente calzante col suo discorso;
 
  • non si lascerà costringere a partecipare a una manifestazione o a un comizio contro il proprio desiderio o la propria volontà. Non prenderà in mano, non alzerà un cartello se non è completamente d’accordo con lo slogan che vi è scritto;
 
  • non alzerà la mano a favore di una mozione che non condivida sinceramente; non voterà né pubblicamente né in segreto per una persona che giudichi indegna o dubbia;
 
  • non si lascerà trascinare a una riunione dove sia prevedibile che un problema venga discusso in termini obbligati o deformati;
 
  • abbandonerà immediatamente qualunque seduta, riunione, lezione, spettacolo, proiezione cinematografica, non appena oda una menzogna proferita da un oratore, un’assurdità ideologica o frasi di sfacciata propaganda;
 
  • non sottoscriverà né comprerà in edicola un giornale o una rivista che dia informazioni deformate o che taccia su fatti essenziali.
 
 
Non abbiamo enumerato, s’intende, tutti i casi in cui è possibile e necessario rifiutare la menzogna, ma chi si metterà sulla strada della purificazione non stenterà a individuarne altri, con una lucidità tutta nuova.  
 
Certo, sulle prime sarà duro. Qualcuno si vedrà temporaneamente privato del lavoro. Per i giovani che vorranno vivere secondo la verità, all’inizio l’esistenza si farà alquanto complicata; persino le lezioni che si apprendono a scuola sono infatti zeppe di menzogne. Occorre scegliere, ma per chi voglia essere onesto non c’è scappatoia, neppure in questo caso: mai, neanche nelle più innocue materie tecniche, si può evitare l’uno o l’altro dei passi che si son descritti, dalla parte della verità o dalla parte della menzogna: dalla parte dell’indipendenza spirituale o dalla parte della servitù dell’anima.  
 
E chi non avrà avuto neppure il coraggio di difendere la propria anima non ostenti le sue vedute d’avanguardia, non si vanti d’essere un accademico o un «artista del popolo» o un generale: si dica invece, semplicemente: sono una bestia da soma e un codardo, mi basta stare al caldo a pancia piena.  
 
Anche questa via, che pure è la più moderata fra le vie della resistenza, sarà tutt’altro che facile per quegli esseri intorpiditi che noi siamo. Ma quanto più facile che darsi fuoco o fare uno sciopero della fame: il tuo corpo non sarà avvolto dalle fiamme, non ti scoppieranno gli occhi per il calore, e un po’ di pane nero e d’acqua pura si troveranno sempre per la tua famiglia. (…)  
 
Una via non facile? La più facile, però, fra quelle possibili. Una scelta non facile per il corpo, ma l’unica possibile per l’anima. Una via non facile, certo, ma fra noi ci sono già delle persone, anzi decine di persone, che da anni tengono duro su tutti questi punti e vivono secondo verità.  
 
Non si tratta dunque di avviarsi per primi su questa strada, ma di UNIRSI AD ALTRI! Il cammino ci sembrerà tanto più agevole e breve quanto più saremo uniti e numerosi nell’intraprenderlo. Se saremo migliaia, nessuno potrà tenerci testa. Se saremo decine di migliaia, il nostro Paese diventerà irriconoscibile!  
 
Ma se ci facciamo vincere dalla paura, smettiamo di lamentarci che qualcuno non ci lasci respirare: siamo noi stessi che non ce lo permettiamo. Pieghiamo la schiena ancora di più, aspettiamo dell’altro, e i nostri fratelli biologi faranno maturare i tempi in cui si potranno leggere i nostri pensieri e mutare i nostri geni.  
 
Se ancora una volta saremo codardi, vorrà dire che siamo delle nullità, che per noi non c’è speranza, e che a noi si addice il disprezzo di Puskin:  
A che servono alle mandrie della libertà i doni?  
Il loro solo retaggio da generazioni  
sono il giogo, la frusta e i sonagli.
 
 
Fonte  
 
 
 
2021-02-27
 
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1 Aleksandr Solženicyn prigioniero in Kazakistan nel 1953 ( © © Aleksandr Solzhenitsyn Center - Licenza ©)  
 
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