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Sabato 12 Giugno 2021

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Cardinale Giacomo Biffi - Gesù di Nazareth, la fortuna di appartenerGli
 
Lunedì 21 agosto 2000  
 
Incontro con Sua Eminenza il cardinale Giacomo Biffi, Arcivescovo di Bologna, al Meeting di Rimini.
 
 
 
 
 

Gesù di Nazareth, la fortuna di appartenerGli

 
Vi rivelo un segreto: noi credenti abbiamo una grande fortuna.  
Grande è la fortuna di chi è cristiano, cioè appartiene, sa di appartenere, vuole appartenere a Cristo.  
È grande la fortuna dei credenti in Cristo.  
Non andate a dirlo agli altri perché non lo capirebbero, potrebbero anche aversene a male: potrebbero magari scambiare per presunzione il nostro buonumore per la felice consapevolezza di quello che siamo; addirittura potrebbero giudicare arroganza la nostra riconoscenza verso Dio Padre che ci ha colmati di regali.  
 
Sembra incredibile ma c’è perfino il rischio di essere giudicati intolleranti: intolleranti solo perché non riusciamo a omologarci – disciplinatamente e possibilmente con cuore contrito – alla cultura imperante; intolleranti solo perché non riusciamo a smarrirci, come sarebbe “politicamente corretto”, nella generale confusione delle idee e dei comportamenti.  
 
Conoscere il senso di ciò che si fa  
 
È già una fortuna non piccola e non occasionale – che ci viene dalla nostra professione di fede – quella di conoscere il significato di alcune piccole consuetudini e di alcune circostanze occasionali.  
Per esempio.  
Tutti mangiamo il panettone a Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano, gli altri non lo sanno più.  
Badate, non è che il nostro panettone sia necessariamente più buono di quello dei non credenti: semplicemente è un panettone più ragionevole.  
 
Un altro esempio, quest’anno di attualità: tutti di questi tempi siamo eccitati, siamo in tripudio per il suggestivo traguardo del 2000 che ci è stato dato di raggiungere: però l’emozione e la festa dei credenti sono meglio motivate.  
Noi non siamo emozionati e in festa soltanto per la rotondità della cifra con tanti zeri: siamo presi e allietati dal forte ricordo di un Evento che è centrale e anzi unico nella storia: il ricordo del bimillenario dall’ingresso sostanziale e definitivo di Dio nella vicenda umana.  
Quest’anno appunto ci è più intensamente richiamata la memoria dell’Unigenito del Padre che è divenuto nostro fratello e si ravviva in noi con vigore singolare la grande speranza che 2000 anni fa ha cominciato ad attraversare la terra.  
 
Come si vede, anche qui tutta l’umanità festeggia il 2000; però la nostra festa è innegabilmente più consistente e razionalmente meglio fondata.  
 
Credenti e creduloni  
 
Coloro che si affidano a Cristo – che è “Luce da Luce”, cioè il “Logos” sostanziale ed eterno di Dio – sono inoltre abbastanza difesi dalla tentazione di affidarsi a ciò che è inaffidabile.  
Anche questa è una fortuna non da poco.  
È stato giustamente notato come il mondo che ha smarrito la fede non è che poi non creda più a niente; al contrario, è indotto a credere a tutto: crede agli oroscopi, che perciò non mancano mai nelle pagine dei giornali e delle riviste; crede ai gesti scaramantici, alla pubblicità, alle creme di bellezza; crede all’esistenza degli extraterrestri, alla new age, alla metempsicosi; crede alle promesse elettorali, ai programmi politici, crede alle catechesi ideologiche (vere persistenti catechesi) che ogni giorno ci vengono inflitte dalla televisione, crede a tutto, appunto.  
 
Perciò mi parrebbe che la distinzione più adeguata tra gli uomini del nostro tempo non è tanto tra credenti e non credenti, quanto tra credenti e creduloni.  
 
La conoscenza del Padre  
 
Chi è “di Cristo” riceve in dotazione anche la certezza dell’esistenza di Dio.  
Ma non di un Dio filosofico, che in fondo all’uomo in quanto uomo non interessa un granché; non di un Dio che viene chiamato in causa solo per dare un cominciamento e un impulso alla macchina dell’universo, e poi si può frettolosamente congedare perché non interferisca e non disturbi.  
Non di un Dio, che dopo il misfatto della creazione parrebbe essersi reso latitante.  
 
Questa è – a grandi linee – la concezione “deistica”, che non ha niente a che vedere né con l’insegnamento del Signore né con la nostra vita.  
C’è anzi da dire che tra questo deismo e l’ateismo, per quel che personalmente ci riguarda, la differenza non è poi molta.  
Il nostro Dio è invece “il Padre del Signore Nostro Gesù Cristo”, come amava ripetere san Paolo.  
E lo si incontra incontrando Gesù di Nazareth e il suo Vangelo: “nessuno conosce il Padre se non il Figlio – lo ha detto lui esplicitamente – e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27).  
 
La sfortuna dell’ateo  
 
Si può intuire quanto sia grande a questo proposito la nostra fortuna, soprattutto se ci si rende conto della poco invidiabile condizione degli atei.  
I quali, messi di fronte ai guai inevitabili in ogni percorso umano, non hanno nessuno con cui prendersela.  
Un ateo che sia veramente tale non trova interlocutori competenti e responsabili con cui possa discutere dei mali esistenziali, e lamentarsene.  
Non c’è nessuno contro cui ribellarsi, e ogni sua contestazione, a ben pensarci, risulta un po’ comica.  
Di solito, in mancanza di meglio, egli finisce con l’aggredire i credenti (i rappresentanti della ditta, insomma); ma è un bersaglio che non è molto appagante perché i credenti (se sono saggi) se ne infischiano di lui e non gli prestano molta attenzione e si limitano ad affidarlo alla misericordia di Colui che Egli nega.  
 
Un ateo, se non vuole clamorosamente rinunciare a ogni logica e a ogni coerenza, è privato perfino della soddisfazione di bestemmiare e questo è il colmo della sfortuna.  
Clive Staple Lewis (l’autore delle famose Lettere di Berlicche), ricordando il tempo del suo ateismo, della sua incredulità, confessava: “Negavo l’esistenza di Dio ed ero arrabbiato con Lui perché non esisteva”.  
 
Un Dio che ama  
 
Gesù – rivelandoci, attraverso il Mistero della Sua passione e della Sua gloria anche l’umiliazione, la sofferenza, la morte che trovano posto in un disegno d’amore che tutto riscatta e nel quale, alla fine, tutto conduce alla gioia – ci preserva anche dalla follia di chi arriva a ipotizzare, magari fondandosi sulla sua stessa personale esperienza, che un Dio, se esiste, deve essere malvagio e causa di ogni malvagità.  
È il sentimento espresso, per esempio, nella spaventosa professione di fede di Jago nell’Otello di Verdi il quale all’atto secondo canta proprio così: “Credo in un Dio crudel che m’ha creato simile a sé”.  
 
Il Dio che ci è fatto conoscere dal Redentore crocifisso e risorto è al contrario un Dio che ci vuol bene e, come dice san Paolo, fa in modo che “tutto concorra al bene di coloro che sono stati chiamati secondo il Suo disegno” (cfr. Rm 8,28); tutto concorre al nostro bene anche quando noi al momento non ce ne avvediamo.  
Questa è la verità consolante ed entusiasmante che Gesù ci ha confidato, quasi sua suprema eredità, nei discorsi dell’ultima cena.  
 
C’è una parola brevissima nei discorsi dell’ultima cena, ma è quasi la più importante di tutto il Vangelo: “il Padre vi ama” (Gv 16,27). Il Padre vi ama. Il Padre ci ama: con questa certezza nel cuore ogni difficoltà, ogni tristezza, ogni pessimismo diventa per noi superabile.  
 
Chi è l’uomo  
 
C’è un’altra fortuna: facendoci conoscere il Padre, Gesù ci porta anche alla miglior comprensione di noi stessi: ci fa conoscere chi siamo in realtà, quale sia lo scopo del nostro penare sulla terra, quale ultima sorte ci attenda.  
“Cristo – dice il Concilio Vaticano II – proprio rivelando il Mistero del Padre, del Suo Amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (Gaudium et spes, 22).  
Così veniamo a sapere – e nessuna notizia è per noi più interessante e risolutiva di questa – che siamo stati chiamati ad esistere non da una casualità anonima e cieca, ma da un progetto sapiente e benevolo, un progetto d’amore.  
Veniamo a sapere che l’uomo non è un viandante smarrito che ignora donde venga e dove vada, né perché mai si sia posto in viaggio, ma un pellegrino motivato, in cammino verso il Regno di Dio (che è diventato anche suo) e verso una vita senza fine.  
 
Mi viene in mente un episodio interessante: tra i missionari bolognesi c’è anche un certo padre Coccolini, domenicano, che ha passato tutta la vita in Brasile.  
È un uomo piccoletto, che va in giro tutto vestito malamente, con la barba che gli arriva fino all’ombelico e i capelli fino a mezza schiena.  
Una volta tornando a Bologna, da buon bolognese ha voluto vedere le novità, quindi è andato in piazza Maggiore e ha fatto per entrare nel palazzo comunale; subito i vigili l’hanno fermato e gli hanno chiesto: “Ma lei, dove va?” E lui dice: “Dove vado? Ma sa che lei mi pone la domanda più importante della mia vita? Dove sto andando, qual è la mia meta?” “Ma da che parte viene lei?” “Ecco l’altra domanda: da che parte veniamo?” Alla fine gli hanno detto: “Vada dove vuole!”  
 
Il dilemma tra essere increduli e essere credenti è in realtà il dilemma tra il ritenersi collocati dentro un guazzabuglio insensato e il conoscere di essere parte di un organico e rasserenante disegno d’amore.  
L’alternativa, a ben considerare, sta tra un assurdo che ci vanifica e un mistero che ci trascende; alternativa che esistenzialmente diventa quella tra un fatale avvio alla disperazione e una vocazione alla speranza.  
Perciò san Paolo può ammonire i cristiani di Tessalonica a non essere malinconici e sfiduciati come gli altri; “come gli altri che – egli dice – non hanno speranza” (1 Ts 4,12).  
 
Questa dunque è la grande fortuna di coloro che sono “di Cristo”: dal momento “che conoscono le cose come stanno”, non sono costretti ad appendere ai punti interrogativi la loro unica vita.  
 
“Dove c’è la fede, lì c’è la libertà”  
 
Un’altra grande fortuna di coloro che sono “di Cristo” è quella di essere liberi.  
Abbiamo ricevuto a questo riguardo una promessa precisa: “Se rimarrete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31-32).  
Il principio di questa prerogativa inalienabile del cristiano è la presenza in noi dello Spirito Santo: “Dov’è lo Spirito del Signore c’è la libertà” (2 Cor 3,17); quello Spirito che, secondo la parola di Gesù, ci guida alla verità tutta intera (cfr. Gv 16,13).  
Vale a dire, come abbiamo appena detto, lo Spirito “ci chiarifica le cose come stanno” ed è appunto questa verità a farci liberi. (cfr. Gv 8,32).  
 
Sant’Ambrogio pronuncia icasticamente questo caposaldo dell’antropologia cristiana, scrivendo in una sua lettera: “Dove c’è la fede, ivi c’è la libertà” (Ep. 65,5: ubi fides ibi libertas; bellissima frase sintetica che egli deve aver copiato dal mio stemma episcopale).  
 
“Tu solo il Signore”  
 
Quando nella messa proclamiamo gioiosamente: “Tu solo il Signore, Gesù Cristo!”, noi notifichiamo a tutti quale sia la fonte della nostra libertà: prima del 25 aprile 1945, prima della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (ONU 1948), prima della Costituzione della Repubblica Italiana, la fonte della nostra libertà è la signoria del Risorto.  
La nostra vera e sostanziale liberazione non ci è stata procurata da altri: è una proprietà che ci viene, prima che da qualsivoglia autorità umana, dal nostro Battesimo.  
“Tu solo il Signore, Tu solo”: noi non abbiamo e non vogliamo nessuno che spadroneggi su di noi, né in campo politico né in campo culturale.  
 
Ma quasi a ogni tornante della storia compaiono uomini che sciaguratamente mirano a farsi padroni di uomini, magari perfino invadendo e condizionando il loro mondo interiore.  
“Coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e in più vogliono farsi chiamare benefattori” (cfr. Mc 10,42 e Lc 21,25), ha detto ironicamente Gesù.  
 
Ebbene, il semplice fedele – anche quando non fosse un eroe, anche quando per la sua debolezza fosse costretto all’esterno a piegarsi alla prepotenza – resterà sempre un “liberto di Cristo”, cioè un uomo che è stato riscattato dal Figlio di Dio e che nessuno può ricondurre in servitù.  
 
E di fronte a un dittatore che pretenda per sé un culto divino e le doti divine dell’onnipotenza e dell’onniscienza, al credente interiormente gli scapperà sempre da ridere, interiormente perché qualche volta è meglio non farlo sapere all’esterno in quelle circostanze.  
 
Per questo tutte le tirannie hanno d’istinto in antipatia i veri credenti; e poco o tanto arrivano sempre a perseguitarli: intuiscono che sono i soli che non diventano mai sudditi anche nell’anima.  
Invece “quanti padroni finiscono per avere coloro che rifiutano l’Unico Vero Padrone!”, nota più di una volta Sant’Ambrogio con estrema acutezza (es. Extra coll. Ep. 14,96).  
 
L’esempio di Dante Alighieri  
 
La cristianità ha un esempio ammirevole del connaturale connubio tra fede e libertà in Dante Alighieri.  
Proprio la sua indubitabile adesione alla verità cattolica consente e illumina la sua perfetta autonomia di giudizio, svincolata da ogni timore o condizionamento umano.  
Dante non teme di criticare l’operato dei Papi e le loro scelte operative, fino a collocarne diversi nel profondo dell’inferno (in Paradiso ne mette uno solo, spero che siano un po’ di più!).  
Ma in lui non viene mai meno e mai minimamente si attenua quella che egli chiama la “reverenza delle somme chiavi” (Inf. XIX, 101).  
 
Quando si tratta di esprimere riserve o biasimi che egli ritiene dovuti, non ci sono sconti né per i laici né per gli ecclesiastici, né per i monarchi né per i semplici cittadini: membri tutti per lui della “res publica christiana” e dunque tenuti tutti senza eccezioni, ad attenersi alla legge evangelica, quale che sia la loro dignità e la loro autorevolezza.  
Irride perfino, ahimè, anche ai cardinali, ai cardinali che indossano cappe così ampie da coprire anche la loro cavalcatura e dice: “Copron d’i manti loro i palafreni, sì che due bestie van sott’una pelle” (Par. XXI, 133-134).  
Sarà andato in purgatorio, almeno per questa frase, io spero.  
 
Ma non dice mai, mai, una sola parola che possa far attribuire qualcosa di peccaminoso o di disonorevole alla Chiesa di Cristo: agli occhi della sua fede intemerata essa è sempre “la bella Sposa che s’acquistò con la lancia e coi clavi” (Par. XXXII, 129).  
Della Chiesa egli parla costantemente con intelligenza d’amore; e senza fatica intuisce, quasi per connaturalità, l’affetto sponsale che rende preziosa ogni azione che sia davvero ecclesiale.  
Così si spiega – proprio per la limpidità della sua coscienza soprannaturale – l’incanto di versi come questi: “Nell’ora che la Sposa di Dio surge, ammattinar lo Sposo perché l’ami...” (Par. X, 140-141).  
 
Non ci meraviglia allora che, nonostante l’asprezza impietosa del suo linguaggio, la Chiesa abbia sempre considerato l’Alighieri il poeta cristiano per eccellenza e un modello incontestabile di coerenza cattolica.  
 
Libertà dal peccato  
 
Gesù ha detto: “Chiunque commette peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34).  
Ed è la schiavitù più pericolosa e avvilente.  
Ma anche e soprattutto a questo proposito noi abbiamo la consapevolezza e la gioia di essere un popolo definitivamente redento.  
L’“Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (cfr. Gv 1,29) è venuto e ha versato il Suo sangue proprio per ridonarci questa sostanziale libertà.  
 
Tra gli elementi del messaggio evangelico – della “buona notizia” da cui siamo stati raggiunti – questo ha un rilievo primario: non ci può essere colpa nella nostra vita che, se ci arrendiamo all’amore divino, non sia superata dalla misericordia eccedente del Padre: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia” (Rm 5,20), come dice san Paolo.  
Qualunque delitto – anzi qualunque cumulo di delitti – il cristiano abbia compiuto, egli può in ogni momento, pentendosi, ricominciare da capo e ripercorrere la strada dell’innocenza.  
E per quanto grande sia la sua debolezza, egli sa che “può tutto in Colui che gli dà forza” (cfr. Fil 4,13).  
 
Dio vuole salvare tutti  
 
Cristo ci ha svelato – e il credente non se ne dimentica – come sia decisa la volontà del Padre nel ricercare la nostra salvezza, quando ha narrato le cosiddette parabole della misericordia.  
Tre parabole che io per una volta suggerirei di leggere, per così dire, in una successione numericamente incalzante.  
Dio non si accontenta di avere presso di sé uno su due figli (beh, in fondo ha il 50%: non è una percentuale disprezzabile); non si accontenta del 90% (come nella parabola delle 10 monete); non si accontenta neppure del 99% (come ci insegna il racconto della pecora che si perde): il suo appassionato e operoso desiderio è di liberare proprio tutti dalla tristezza di essersi allontanati da lui.  
 
Nella prima lettera a Timoteo è enunciato esplicitamente il principio della volontà salvifica universale: “Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della Verità.  
Uno solo è infatti Dio e uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato sé stesso in riscatto per tutti” (1 Tm 2,3-6).  
Il cristiano ha qui una sorgente inesauribile di serenità e di pace interiore: per quanto la sua coscienza sia gravata da colpe, se spunta in lui anche un breve atto di adesione alla giustizia e all’iniziativa riscattatrice del Signore, l’amicizia tra la creatura sviata e il suo Creatore immediatamente si ristabilisce.  
Come si esprime Sant’Agostino: “Si volo, ecce amicus Dei iam fio” (“Basta che lo voglia, ed ecco che io già sono diventato amico di Dio”).  
 
Il bene dal male  
 
Di più, il Signore è così potente e pietoso, che riesce a far lavorare anche le nostre deplorevoli prevaricazioni al servizio del Suo straordinario disegno di Amore.  
Sant’Ambrogio si compiace particolarmente di insistere su questo sorprendente concetto: certo, egli non banalizza le nostre trasgressioni e non ne minimizza affatto la gravità; ma al tempo stesso sottolinea che la luce misericordiosa del Padre ottiene di trasfigurarle e di inserirle in un contesto più alto.  
 
“La mia colpa – egli dice, ma sarebbero moltissime le frasi citabili – è divenuta per me il prezzo della salvezza, attraverso cui Cristo è venuto a me.  
Per me Cristo ha assaporato la morte.  
È stata dunque più proficua la colpa dell’innocenza: l’innocenza mi aveva reso arrogante, la colpa mi ha reso umile” (De Iacob et vita beata I,21).  
La liturgia ambrosiana pare farsi eco del suo Maestro, quando in un suo prefazio giunge a esclamare: “Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito, donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa.  
Così anche il peccato, in virtù del Tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina” (XVI Domenica per annum).  
 
L’appartenenza ecclesiale  
 
Molte sarebbero le fortune dei credenti che si potrebbero ancora elencare.  
Ma ce n’è una che sotto qualche aspetto è riassuntiva di tutte le altre ed è la fortuna di appartenere alla Santa Chiesa Cattolica, che è la “comunione dei santi”, la figura e l’anticipazione della “vita del mondo che verrà”.  
Come dice ammirevolmente il Concilio vaticano II: “La Chiesa è il Regno di Cristo già presente sacramentalmente (Lumen gentium, 3: Ecclesia seu Regnum Christi iam praesens in mysterio).  
 
Vedete, gli uomini aspirano naturalmente a superare lo stato di individui isolati, non si rassegnano a vivere senza qualche inserimento; e perciò danno vita a diverse, magari opinabili aggregazioni: club, logge, partiti, tifoserie sportive, accademie, ordini cavallereschi, eccetera.  
Sono tutti desideri di appartenenza, molti dei quali sono buoni o almeno legittimi.  
Tutti manifestano, a ben guardare, l’inconscia aspirazione di ogni creatura a essere parte di quella “totalità” trascendente alla quale, secondo il disegno del Padre siamo tutti invitati ad entrare, a essere parte: “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato” (1 Pt 2,9), per usare le splendenti espressioni dell’apostolo Pietro, in una parola essere parti della “Chiesa”.  
 
La Chiesa è la grande eredità del Signore Gesù, frutto del Suo sacrificio, risultato della Sua perenne Pentecoste.  
Niente è teologicamente più assurdo che separare la Chiesa da Cristo.  
Una divaricazione ideologica come questa snaturerebbe sostanzialmente la Chiesa, ma alla fine ci porterebbe anche a una conoscenza alterata del Figlio di Dio, che intrinsecamente è il “Capo” e il “Salvatore” del “corpo” ecclesiale, come dice san Paolo (cfr. Ef 5,23).  
 
“La mia Chiesa”  
 
“Edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18), dice Gesù nel celebre episodio di Cesarea di Filippo.  
La mia Chiesa: la Chiesa è di Cristo, non è di nessun altro; e niente può strapparla dalle Sue mani.  
Niente: né le potenze mondane, né le indegnità degli uomini, né la nequizia di epoche storiche.  
 
“La mia Chiesa”: non c’è in tutto il libro di Dio parola più semplice ed eloquente di questa; parola che più di questa dischiuda davanti a noi il prodigio della “ecclesialità”.  
La Chiesa è Sua: è nata dalla Sua sapienza, dal Suo cuore, dalla Sua immolazione.  
Dell’esistenza della Chiesa e della sua permanenza dentro la vicenda umana, il responsabile è Lui.  
 
Appunto per questo, tra le casupole effimere delle costruzioni umane, costruzioni sociali, politiche, culturali che siano, “la casa di Dio” (cfr. 1 Tm 3,15),per usare l’espressione della prima lettera a Timoteo, “la casa di Dio” è l’edificio più saldo e più prezioso per l’uomo che sia mai stato eretto.  
Ed è un po’ comico che si faccia carico proprio a questa istituzione di tutti i guai della storia, solo perché tutti gli altri fenomeni storici, sociali, politici, culturali che siano esistiti nel frattempo si sono esauriti e dissolti, ed essa è la sola che è rimasta in piedi.  
 
Che cos’è la Chiesa?  
 
Ma che cos’è la Chiesa nella sua realtà più autentica e sostanziale? È l’umanità in quanto è raggiunta e trasformata dall’azione redentrice di Cristo, e in quanto è connessa e assimilata al Signore crocifisso e risorto in virtù dell’effusione dello Spirito che Egli continuamente ci invia dalla destra del Padre.  
La Chiesa, per usare un’immagine è un albero sì squassato dal vento della storia, ma la sua radice è al riparo nel mondo eterno di Dio perché la sua radice è il Signore crocifisso e risorto che sta alla destra del Padre ed è per questo che questo albero non potrà mai essere sradicato.  
Si capisce allora perché san Paolo arrivi a spiegare praticamente tutta la realtà cristiana con l’immagine del “Corpo” di Cristo, di cui Cristo è il “Capo” e noi siamo le “membra”.  
 
“Capo” e “Corpo” costituiscono una sola realtà indivisibile.  
Però attenzione: essendo essenzialmente opera dello Spirito, la Chiesa sfugge alla conoscibilità di chi dallo Spirito non è ancora stato illuminato.  
C’è una parola di san Paolo che noi dimentichiamo troppo spesso di questi tempi.  
Nella prima lettera ai Corinti (cfr. Cor 2,14) dice: “l’uomo psichico, cioè l’uomo lasciato alle sue forze, senza fede, non comprende le cose dello Spirito, esse sono follia per lui e non è capace di intenderle perché di esse si può giudicare solo per mezzo dello Spirito, tanto più non riesce a capire la Chiesa che è l’opera dello Spirito, l’opera pentecostale per eccellenza”.  
Sembrerebbe dunque di capire che san Paolo non metta troppo conto di ascoltare sulla Chiesa il parere degli altri, cioè di chi magari ritiene che Dio non esista o che Gesù Cristo non sia risorto o che lo Spirito Santo sia una pura metafora.  
 
I confini passano attraverso i cuori  
 
Noi apparteniamo alla Chiesa in quanto apparteniamo a Cristo, e a misura che siamo congiunti e conformati con Lui, invece cadiamo in peccato e in errore a misura che siamo estranei a Cristo, e quindi estranei anche alla Chiesa.  
Scrive il Cardinal Journet, uno degli ecclesiologi più equilibrati e soprannaturalmente acuti del ventesimo secolo (ed è per questo che nessuno ne parla più): “I membri della Chiesa peccano solo in quanto tradiscono la Chiesa: la Chiesa non è dunque mai senza peccatori (starebbe fresca, ci sarebbe dentro solo la Madonna), ma è sempre senza peccato...  
La Chiesa prende la responsabilità della penitenza, non prende la responsabilità del peccato...  
 
Le sue frontiere, precise e vere, circoscrivono solo ciò che è puro e buono nei suoi membri (siano essi giusti o peccatori), assumendo dentro di sé tutto ciò che è santo (anche nei peccatori) e lasciando fuori tutto ciò che è impuro (anche nei giusti).  
Nel nostro proprio comportamento, nella nostra propria vita, nel nostro proprio cuore si affrontano la Chiesa e il mondo, Cristo e Belial, la luce e le tenebre...  
La Chiesa divide dentro di noi il bene e il male: prende il bene e lascia il male.  
I suoi confini passano attraverso i nostri cuori” (cfr. Theologie de l’Eglise, Paris 1958, pp. 235-246).  
 
Il peccato come offesa alla Chiesa  
 
In questa prospettiva diventa chiaro che ogni nostra colpa – piccola o grande che sia – non è solo infedeltà all’amore che ci lega al Padre, non è solo spregio dell’opera redentrice di Cristo, non è solo resistenza all’azione santificante dello Spirito Santo; è anche oltraggio e sofferenza inflitti alla Chiesa.  
Ogni incoerenza al nostro Battesimo è sempre anche ingratitudine verso Colei che nel Battesimo ci ha generati, è attentato alla Sua bellezza di Sposa del Signore; bellezza che agli occhi umani viene offuscata da ogni nostro atto riprovevole.  
 
In ogni ora della storia il “mondo” offende la Chiesa di Cristo, con i giudizi malevoli, i processi alle intenzioni, le calunnie, oltre che con i frequenti attentati alla libertà della sua missione e con le persecuzioni anche cruente.  
La offende sempre e non se ne scusa mai (mai sentito qualcuno che chiede scusa alla Chiesa!), ma almeno noi, che ogni giorno pecchiamo poco o tanto anche contro di Lei, abituiamoci a chiedere ogni giorno perdono a questa nostra Madre carissima per tutto ciò che ci avviene di pensare, di dire, di compiere con animo non integralmente ecclesiale.  
 
Vorrei darvi un consiglio da amico: cerchiamo di non parlare male della Chiesa, perché la Chiesa è la Sposa di Cristo, al giorno del Giudizio noi dovremo affrontare lo Sposo il quale è un meridionale! Con nostra comune soddisfazione, siamo arrivati alla fine di questo incontro.  
Io ho cercato di proporvi con semplicità alcune riflessioni al solo scopo di risvegliare un atteggiamento che mi pare primario e doveroso nel cristiano consapevole di gioia per tutto ciò che ci è stato donato, e di gratitudine verso Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio crocifisso e risorto che è l’unico Signore dell’universo, della storia e dei cuori, è il Salvatore di tutti gli uomini e il grande festeggiato di quest’anno duemila.  
Mi piace congedarmi da voi prendendo da Sant’Ambrogio (visto che l’ho citato già tante volte) le parole poste a conclusione di una sua lettera.  
Egli scrive (Ep. 17,13): “Valete filii et servite Dominum quia bonus Dominus” “State in buona salute figli miei e continuate a servire il Signore perché il Signore è un buon padrone”.  
 
+ card. Giacomo Biffi  
 
 
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