La Comunione sulla mano: all'origine fu una disobbedienza
Comunione sulla mano: una disobbedienza legittimata
Fino al 26 aprile del 1996, l’episcopato argentino fu uno dei pochi al mondo a continuare nel rifiuto della pratica, introdotta alla fine degli anni ’60 in aperta opposizione alla volontà di Paolo VI, di distribuire ai fedeli la Santa Comunione sulla mano.
Proprio quel giorno, nell'Assemblea della Conferenza Episcopale Argentina si ottennero abbastanza voti per poter chiedere a Roma l’indulto che avrebbe consentito l'introduzione di questa pratica contraria alla legge universale della Chiesa.
Roma concesse immediatamente questo indulto, ma “ad normam” dell’“Istruzione sul modo di amministrare la Santa Comunione, Memoriale Domini”, in cui si stabiliva chiaramente che il divieto di dare la Comunione sulla mano doveva essere universalmente preservato, ma che, lì (e soltanto lì) dove l'uso era già stato introdotto in modo abusivo e aveva messo radici tali che i vescovi della conferenza episcopale locale consideravano che non c'era altra scelta che tollerarla, «Il Santo Padre [...] concede che, sul territorio della Conferenza Episcopale, ciascun vescovo, secondo la sua prudenza e la sua coscienza, possa autorizzare nella propria diocesi l’introduzione del nuovo rito per distribuire la Comunione».
L'allora vescovo di San Luis (Argentina) Juan Rodolfo Laise giudicò secondo sua prudenza e coscienza che queste circostanze non si verificavano nella sua diocesi, quindi non ritenne opportuno avvalersi di questo indulto.
Questa decisione fu immediatamente interpretata da molti come una rottura dell'unità dell'episcopato e persino come una "ribellione" contro una disposizione liturgica da lì in poi in vigore. Il vescovo di San Luis si consultò con i vari dicasteri romani competenti che approvarono all'unanimità la sua decisione.
Il 22 luglio 2020 ricorreva il primo anniversario della scomparsa di mons. Rodolfo Laise che, una volta divenuto emerito, tornò alla vita conventuale del suo Ordine - i Cappuccini - e dal 2001 si ritirò nel convento di San Giovanni Rotondo (dove visse e adesso è venerato San Pio, verso cui il vescovo argentino aveva grande devozione).
Lì mons. Laise esercitò il suo ministero confessando i pellegrini ogni giorno per quasi vent’anni, fino a pochi mesi prima della sua dipartita a 93 anni.
Ci sono tanti aspetti della sua figura, come religioso, sacerdote e vescovo, che si potrebbero evocare, ma ci concentriamo sul libro, da lui pubblicato, per spiegare la sua posizione nella vicenda che abbiamo menzionato sopra, libro che, per sua richiesta, ho avuto l’onore di presentare in occasione del lancio dell’edizione italiana (Comunione sulla mano, Documenti e storia. Cantagalli, Siena 2016) in un atto svoltosi nell’Aula Magna dell’Istituto Patristico Augustinianum di Roma.
È stato probabilmente il primo libro specifico mai pubblicato sul tema della Comunione sulla mano. In esso, il presule argentino approfondisce gli aspetti storici, canonici e teologici di tale modalità di ricevere la Comunione, e la sua influenza sulla devozione e sulla vita spirituale dei fedeli.
Il libro è strutturato a modo di commento dettagliato (paragrafo per paragrafo) dei documenti in cui è espressa l'attuale legislazione sul modo di ricevere la Comunione, a cui è stata aggiunta un'appendice con aspetti storici che ci collocano nel contesto in cui nacquero quei documenti.
Tutto questo ci permette di capire la "mens legislatoris", cioè, l’intenzione del legislatore (Paolo VI in questo caso), il che è un elemento chiave per interpretare la legge.
Infine, e dopo aver risposto ai principali argomenti invocati per giustificare la prassi della Comunione sulla mano, lo studio si conclude con una riflessione sull’applicazione concreta degli elementi esposti lungo le pagine del libro.
Di seguito vedremo il più importante di questi elementi, che in molti casi sono verità dimenticate che contrastano con alcune idee ricevute.
Qualcuno potrebbe sorprendersi, ad esempio, leggendo questo libro, nell’apprendere che questa forma di comunicarsi non venne discussa né tanto meno menzionata nel Concilio Vaticano II e che non fece parte nemmeno della successiva riforma liturgica. In effetti, questo uso, contrario alle norme, fu introdotto senza autorizzazione in alcune regioni una volta concluso il Concilio, a metà degli anni '60, e sebbene Papa Paolo VI avesse immediatamente comunicato (già nel 1965) a quei vescovi che avrebbero dovuto tornare immediatamente all’unico uso legale, cioè in bocca, questo e altri richiami dell’autorità suprema non ebbero alcun effetto.
Poiché la resistenza a queste direttive si dimostrò tenace, nel 1968 si iniziò a considerare la possibilità di concedere un indulto specifico per quei luoghi dove non erano disposti a obbedire, sebbene si vedesse che questo uso era in pratica “molto discutibile e pericoloso” e si sapesse che, nel caso in cui si fosse sbagliato il modo di affrontare la questione, c'era “il pericolo di affievolire la fede del popolo nella presenza eucaristica”.
Fu così che Paolo VI che, secondo le sue stesse parole, non poteva «esimersi dal considerare l’eventuale innovazione con ovvia apprensione», fece una consultazione “sub secreto” dell’episcopato mondiale su come affrontare la disobbedienza. Il risultato della consultazione fu che una larga maggioranza dei vescovi valutava come pericoloso qualsiasi tipo di concessione.
Di conseguenza il Papa ordinò alla Sacra Congregazione per il Culto Divino di preparare un progetto di documento pontificio, col quale confermare “il pensiero della S. Sede circa la inopportunità della somministrazione della S. Comunione sulla mano dei fedeli, indicandone le ragioni (dottrinali, liturgiche, pastorali, ecc.)”.
Fu così che il 29 maggio 1969 la Congregazione per il Culto Divino pubblicò l’istruzione Memoriale Domini, contenente la legislazione tuttora in vigore e che si potrebbe sintetizzare in questa maniera: la proibizione della Comunione sulla mano rimane vigente in modo universale e si esortano vivamente vescovi, sacerdoti e fedeli a sottomettersi diligentemente a questa legge nuovamente ribadita.
Tuttavia, dove questo uso introdotto in maniera illecita si fosse radicato, l’Istruzione prevedeva la possibilità di concedere un indulto per quei settori che non fossero stati disposti a ubbidire a questa esortazione papale di rispettare la legge universale.
In quei casi, «per aiutare le conferenze episcopali ad adempiere il proprio compito pastorale, nelle odierne circostanze, più scabrose che mai», il Papa dispose che le rispettive conferenze (con la condizione di avere ottenuto l’approvazione dei due terzi dei loro membri) avrebbero potuto chiedere un indulto a Roma affinché ogni vescovo di quella conferenza, secondo prudenza e coscienza, potesse permettere la pratica della Comunione sulla mano nella sua diocesi.
Comunione in mano, attacco dei protestanti al sacerdozio
Nel libro sull’introduzione della comunione in mano di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente, mons. Laise riprende i dettagli di questa ricostruzione storica, dal prezioso racconto dei fatti che fa, nel suo libro di memorie La Riforma liturgica 1948-1975, mons. Annibale Bugnini, che non solo fu testimone ma anche protagonista di essi.
Secondo i documenti trascritti da questo libro, con questa concessione si mirava soprattutto ad evitare che «in questi tempi di forte contestazione (...) l’autorità non venga battuta sulla breccia, mantenendo una proibizione che difficilmente avrebbe seguito nella pratica».
Infatti, quando si considerarono le diverse soluzioni possibili, si tenne conto che «è da prevedere anche una reazione violenta in alcune zone e una disubbidienza piuttosto diffusa dove l’uso è stato già introdotto».
La volontà chiaramente restrittiva del legislatore, palesemente manifestata nel documento, avrebbe dovuto far sì, d'altra parte, che la concessione fosse interpretata e applicata in modo tale da favorirne la diffusione il meno possibile.
Questa legislazione non venne successivamente mai modificata, né le possibilità di introdurre la comunione sulla mano vennero ampliate, eppure: le richieste delle conferenze episcopali – benché non ci fossero le condizioni richieste per domandare l’indulto –; l’insistenza nel riconsiderare il problema in luoghi dove già era stata previamente verificata l’assenza di quelle restrittive condizioni; la sua fin troppo facile concessione da parte del dicastero pertinente e, soprattutto, l’assoluto silenzio che posteriormente si fece sulla disubbidienza irriducibile che, come spiega chiaramente Mons. Laise, era esattamente l’unico motivo per cui è stato concesso l’indulto, fecero si che la prassi si estendesse quasi universalmente.
Un secondo punto dello studio di mons. Laise che richiama l’attenzione, è dove dimostra che la nuova prassi non sarebbe stata davvero una «riscoperta» di una «antica tradizione», «nel tornare a ricevere la Comunione come nella Chiesa delle origini e dei padri» come si sente dire spesso.
In proposito, esposi davanti a Mons. Laise la convinzione che il Vangelo di Giovanni e gli scritti di alcuni padri, oltre che il codice purpureo di Rossano (V secolo), di provenienza siriaca, dimostrino invece che Gesù ha dato la Comunione agli Apostoli in bocca.
Nell’Istruzione Memoriale Domini si dice chiaramente che, sebbene nel cristianesimo primitivo la S.Comunione si riceveva normalmente sulla mano, «col passare del tempo si approfondì la conoscenza del mistero eucaristico, della sua efficacia e della presenza di Gesù Cristo in esso, in modo che, sia per il senso di riverenza verso questo Sacramento che per il senso di umiltà col quale bisogna riceverlo, si introdusse la pratica di collocare sulla lingua del comunicante la Sacra Specie».
Così fu che, a un determinato momento, un uso finì per sostituire l’altro, al punto che quello di prima non fu soltanto abbandonato ma addirittura esplicitamente proibito. Dal contesto si vede chiaramente che, per Paolo VI, quel cambiamento della pratica costituiva il passaggio da un modo imperfetto a uno più perfetto.
Infatti, nei testi antichi non si menziona mai che i Padri della Chiesa abbiano trovato alcun vantaggio nel comunicarsi sulla mano, né che essi abbiano mai elogiato questa prassi in quanto tale, ma semplicemente descrivono l'unico modo da loro conosciuto.
Anzi, come dice Mons. Laise, nell’allertare ripetutamente sui pericoli ad essa collegati, i Padri evidenziano una imperfezione inerente a questa modalità di ricevere la Comunione.
Perciò, l’autore ritiene si possa affermare che la Comunione sulla mano fu, certamente, il modo di comunicarsi che hanno avuto i santi Padri, ma che la Comunione in bocca è il modo che avrebbero desiderato.
Parecchi secoli più tardi l’uso di comunicarsi sulla mano, “neutro” nella età patristica, fu ripreso dai riformatori protestanti con una chiara connotazione dottrinale.
Per esempio, secondo Martino Bucero, promotore della riforma anglicana, asserisce che la pratica di non dare la Comunione sulla mano si doveva a due “superstizioni”: il “falso onore” che si pretende attribuire a questo Sacramento e la “perversa credenza” che le mani dei ministri, a causa dell’unzione ricevuta nell’ ordinazione, siano più sante delle mani dei laici.
A partire da questo momento, il gesto di ricevere la Comunione sulla mano ha un senso marcatamente polemico che si contrappone alla Comunione in bocca come espressione di una dottrina opposta, e questo in due punti fondamentali che contraddistinguono la posizione protestante da quella cattolica: la presenza reale e il sacerdozio. Da quel tempo in poi questa implicazione non può essere ignorata.
Perciò, quando nella seconda metà del secolo XX la Comunione sulla mano iniziò a penetrare negli ambienti cattolici, non si trattava più di un mero ritorno ad un uso primitivo.
Dunque, non è un caso, come evidenzia Monsignor Laise, che proprio in uno dei primi luoghi dove la Comunione sulla mano venne introdotto abusivamente, fosse stato pubblicato poco tempo prima un “Nuovo Catechismo” (il noto “Catechismo Olandese”) a cui la Santa Sede dovette imporre numerose modifiche (14 principali e 45 minori) per correggere gravi errori dottrinali.
In questo testo, commissionato dall’episcopato olandese e presentato mediante una “lettera pastorale collettiva”, si metteva in dubbio la presenza reale e sostanziale di Cristo nell’Eucaristia, si dava una spiegazione inammissibile della transustanziazione e si negava qualsiasi forma di presenza di Gesù Cristo nelle particelle o frammenti staccatisi dall’Ostia dopo la Consacrazione.
D’altra parte si faceva confusione fra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio gerarchico.
Terzo aspetto che il compianto presule argentino mette opportunamente in evidenza è che, persino dove è permesso l’uso della Comunione sulla mano, non si tratta di un’opzione in più proposta dalla Chiesa, di pari valore rispetto all’altro uso vigente.
Infatti, la posizione della Santa Sede riguardo alla maniera di comunicarsi non è indifferente: anche per quei posti dove si è recepito l’indulto, la Comunione in bocca è il unico modo autorizzato dalla legge della Chiesa ed è stato sempre chiaramente raccomandato, mentre l’altro modo è soltanto tollerato (e ciò come conseguenza di quello che Laise definisce la «disobbedienza più grave all’autorità papale negli ultimi tempi»), dovendosi inoltre prendere una serie di precauzioni, specialmente per ciò che riguarda la pulizia delle mani e la cura attenta delle particelle (prescrizioni che, del resto, sono di rado tenute in conto nella pratica).
Secondo quanto afferma l’Istruzione Memoriale Domini, la modalità di comunicarsi in bocca che da più di un millennio ha sostituito universalmente la pratica di ricevere la Comunione sulla mano “è propria alla preparazione che si richiede per ricevere il Corpo del Signore nel modo più fruttuoso possibile e assicura più efficacemente che la Sacra Comunione sia distribuita con riverenza, decoro e dignità, allontanando così ogni pericolo di profanare le sacre Specie Eucaristiche”, facendo attenzione con diligenza alla cura che la Chiesa ha sempre raccomandato anche nei riguardi delle particelle stesse del pane consacrato (con la Comunione sulla mano invece ci vorrebbe ogni volta un miracolo, perché non cada per terra una particella o non rimanga un piccolo frammento sulla pelle).
Perciò Paolo VI ricordava - nella enciclica Mysterium Fidei - come Origene raccontasse che «i fedeli si credevano in colpa, (“e giustamente”, aggiunge il Papa), se, ricevuto il corpo del Signore, pur conservandolo con ogni cautela e venerazione, ne cadesse per negligenza qualche frammento».
Le espressioni dei Padri, il cambiamento nel modo di ricevere la Comunione alla fine del primo millennio e gli argomenti di Paolo VI per negare la reintroduzione del modo arcaico, riflettono tutti l’unica fede della Chiesa nella presenza reale, sostanziale e permanente, anche nelle più piccole particelle, le quali esigono attenzione e adorazione.
Comunione in mano, Bettazzi e gli altri che criticarono Wojtyla
Qualcuno forse si domanderà se un libro scritto come quello di monsignor Laise di cui abbiamo parlato, scritto un quarto di secolo fa, non sarà ormai obsoleto. Le successive ristampe, con vari aggiornamenti e in parecchie lingue (cinque edizioni in spagnolo (1º a 3º 1997, 4º 2005, 5º (New York, 2014), due francesi (Paris, 1999-2001), due italiane (2015), una polacca (Krakow, 2007) e cinque inglesi (2010, 2011, 2013, 2018, 2020), prova, come l’autore stesso ha evidenziato, che ben al di là delle circostanze di tempo e luogo che suscitarono questo studio, ci sono aspetti permanenti che possono tuttora interessare il lettore, e fornire:
a) l’accesso alla legislazione autentica relativa a questa materia, assolutamente sconosciuta tra i fedeli e anche da parte di numerosi pastori;
b) la situazione storica nella quale questa legislazione si realizzò,
c) alcuni spunti per intuire le drammatiche conseguenze che la pratica della Comunione sulla mano può avere sulla fede nella presenza reale e la pietà eucaristica;
d) alcuni elementi sul rapporto fra il vescovo e la sua Conferenza Episcopale, e la sua indipendenza nei confronti di essa in merito al governo della sua diocesi;
e) una riflessione sul funzionamento di alcuni “meccanismi di pressione” all’interno della Chiesa, capaci d’invertire una decisione papale, che riflettono una maniera di agire che fu ed è ancora utilizzata in altri campi.
Vorrei anche aggiungere altre due testimonianze della rilevanza che ancora ha il libro, il primo è un articolo del professor don Mauro Gagliardi (già consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice) nella Rivista della Facoltà di filosofia e teologia dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum intitolato "L'autorità legislativa del Vescovo diocesano circa la distribuzione della Comunione sulla mano. Note di diritto liturgico". Alpha Omega, XVI, n. 1, 2013 - pagg. 127-138.
Non solo una sezione di questo articolo è dedicata al vescovo Laise e alle sue decisioni, citando pure il suo libro (n. 9, pp 135-136. "Un caso di non applicazione dell'indulto"), ma l'intero articolo coincide con la posizione e l’esegesi del prelato argentino.
Come è noto in questa affermazione: “Se un Vescovo decidesse di non applicare l’indulto nella sua Diocesi, non sarebbe lui a vietare la distribuzione della Santa Comunione sulla mano, bensì la norma generale confermata dalla Suprema Autorità (il Sommo Pontefice Paolo VI), attraverso la Memoriale Domini.
Il Vescovo semplicemente sceglierebbe di non avvalersi di un indulto a quella norma. Vale a dire che, nella sua Diocesi, si continuerebbe ad osservare senza eccezioni la norma tradizionale e vigente, riconfermata da Paolo VI e mai modificata fino ad oggi” (p. 135).
L'altra testimonianza è la tesi dottorale in Diritto Canonico di don Federico Bortoli, poi pubblicata come “La distribuzione della comunione sulla mano: Profili storici, giuridici e pastorali”. Cantagalli, Siena 2018).
Anche qui troviamo un intero capitolo sul vescovo di San Luis (2.6.3. “L’indulto in Argentina, p. 178-188). Dice don Bortoli di Mons. Laise: “da buon canonista, egli agì a norma del diritto, e la correttezza del suo operare venne confermato da due dicasteri della Curia Romana” e poi, sul libro: “Inoltre, dalle risposte delle conferenze episcopali all’inchiesta del 1976, oltre che dalla testimonianza di Mons. Laise, abbiamo visto chiaramente che la pratica della Comunione sulla mano è stata promossa e incentivata dalle conferenze stesse e presentata come il modo migliore per ricevere l’Eucaristia, facendo passare l’idea che questa era la volontà della Santa Sede e del Santo Padre.
In realtà, come ha evidenziato lo stesso Laise, lo scopo, la finalità dell’indulto non era quello di promuovere l’uso della Comunione sulla mano, ma quello di aiutare le conferenze episcopali dove la pratica si era già estesa ed era difficile da rimuovere”.
Il libro di don Bortoli costituisce un necessario “aggiornamento” del lavoro di Laise, poiché ha pubblicato materiale inedito, nel contesto della sua investigazione dottorale e che d’ora in poi sarà riferimento obbligato sul tema.
Però questo “aggiornamento”, lungi dal correggere, o trascurare aspetti del lavoro del prelato argentino, ne fa conoscere altri che confermano tutto quanto egli ha sostenuto e mostrano a quali conseguenze portarono, che egli non avrebbe immaginato.
E’ così che non solo risulta confermato il rifiuto di Paolo VI all’introduzione di questo modo di ricevere la Comunione negli anni ’60, sostenuto con testimonianze storiche da Mons. Laise, bensì la sua intenzione di limitarlo e sconsigliarlo, sì che il 19 gennaio 1977 fa inviare dalla Segreteria di Stato al Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, un pro-memoria con la seguente indicazione: «Trattandosi di materia sommamente delicata ed importante, Sua Santità mi ha incaricato di rimettere all’Eminenza Vostra Reverendissima copia dello scritto, con preghiera di studiare come si possa dare applicazione ai suggerimenti indicati dall’Em.mo Prefetto della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi (Card. Bafile)».
I suggerimenti erano i seguenti: “Sospendere la concessione di nuovi indulti, dire esplicitamente che dove non è stato accordato l’indulto la pratica della Comunione sulla mano è illecita e ricordare che, anche dove è stato concesso l’indulto, la prassi in questione è comunque da sconsigliare” le ragioni per questo erano “la diminuzione della pietà eucaristica, la dispersione dei frammenti, la facilitazione dei sacrilegi con l’asportazione dell’ostia consacrata e l’impossibilità da parte del sacerdote di rifiutarsi di distribuire la Comunione sulla mano, nonostante tutti questi inconvenienti”.
Ma questa indicazione non fu accolta dal prefetto del Culto Cardinale Knox. Un anno dopo, il 1º febbraio 1978, c’è una nuova lettera del Segretario di Stato, che chiede nuovamente da parte di Paolo VI di vietare che si estenda l’uso della Comunione sulla mano, ma la risposta è nuovamente negativa.
Finalmente la Segretaria di Stato trasmette ancora una volta l’ordine del papa (questa volta Giovanni Paolo II) di sospendere la concessione di nuovi indulti, e questa volta con successo, ma tale disposizione ha trovato forti resistenze; per esempio, il 21 dicembre 1984, il vescovo di Ivrea, Mons. Luigi Bettazzi, scrive a Giovanni Paolo II per gli auguri natalizi e approfitta dell’occasione per manifestargli la sua opinione su quello che definisce «un problema, forse molto marginale ma emblematico», cioè la prassi della Comunione sulla mano. Bettazzi si duole che la conferenza episcopale italiana non abbia ancora ottenuto l’indulto e critica Giovanni Paolo II per aver sospeso nuove eventuali concessioni, dicendogli: «Non mi sembra giusto utilizzare in tal modo la Vostra autorità».
Dopo cinque anni, nel febbraio 1985, si ricomincia a concedere gli indulti come prima.
Comunione in bocca, strada aperta da Benedetto XVI
Un altro aspetto del libro di don Bortoli di cui abbiamo parlato nell'articolo precedente, che conferma la posizione di Mons. Laise, è l’attitudine di Papa Benedetto XVI e le dichiarazioni di alti prelati del Culto Divino a supporto della sua posizione.
È opportuno ricordare che Benedetto XVI ha reintrodotto, dal Corpus Domini 2008, la somministrazione esclusivamente sulla lingua della Santa Comunione, nella liturgia papale.
La spiegazione di tale decisione viene fatta dall’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, pubblicata sul sito web del Vaticano: si ricorda che sin dall’epoca dei Padri si inizia a privilegiare la Comunione sulla lingua, essenzialmente per due motivi: per evitare al massimo la dispersione dei frammenti eucaristici e favorire la crescita della devozione dei fedeli verso la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Si fa riferimento all’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, il quale afferma che, per rispetto verso il Santissimo Sacramento, l’Eucaristia non deve essere toccata da nessuna cosa che non sia consacrata, quindi oltre ai vasi sacri e al corporale, solo le mani del sacerdote hanno tale facoltà. Inoltre si sottolinea la necessità di adorare il Signore prima di riceverlo, come ricorda sant’Agostino, e lo stare in ginocchio, favorisce proprio questo atteggiamento. Infine, si fa riferimento al monito di Giovanni Paolo II che non si corre mai il rischio di esagerare quando si tratta della cura del Mistero eucaristico.
Ma lo stesso Benedetto XVI ha spiegato questa scelta nel modo seguente: «Facendo sì che la Comunione si riceva in ginocchio e che la si amministri in bocca, ho voluto dare un segno di profondo rispetto e mettere un punto esclamativo circa la Presenza reale… volevo dare un segnale forte; deve essere chiaro questo: “È qualcosa di particolare! Qui c’è Lui, è di fronte a Lui che cadiamo in ginocchio. Fate attenzione! Non si tratta di un rito sociale qualsiasi al quale si può partecipare o meno”» (Benedetto XVI, Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald, LEV, Città del Vaticano 2010, p. 219).
Il 10 aprile 2009, il Cardinal Antonio Cañizares Llovera, nominato già prefetto della Congregazione per il Culto Divino, ma anche amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Toledo, durante la celebrazione in cattedrale della santa Messa in Coena Domini, ha annunciato ai fedeli che da quel giorno, al momento della Comunione, sarebbe stato messo un inginocchiatoio per invitare i fedeli a comunicarsi come desidera il Papa, collocando questa decisione in un tentativo di recupero del senso del sacro nella liturgia.
Il 27 luglio 2011 fu pubblicata in ACI Prensa/EWTN Noticias una intervista al prelado con il titolo: “Es recomendable comulgar en la boca y de rodillas” ("è raccomandabile comunicarsi in bocca e in ginocchio").
Il Cardinale Ranjith soprattutto nel periodo in cui è stato Arcivescovo segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in 2008, per esempio, constatando come la pratica della Comunione sulla mano sia di fatto diventata la prassi regolare per tutta la Chiesa, ritiene sia arrivato il momento di prendere in considerazione la possibilità di abbandonarla, vedendo tutte le conseguenze negative che ha portato, riconoscendo con molta umiltà di aver sbagliato nell’introdurla, auspicando che la Comunione sulla lingua e in ginocchio possa diventare la prassi abituale per tutta la Chiesa.
Ma, oltre a queste citazioni, il libro di Mons.Laise riceve ulteriore e autorevole conferma dalla prefazione del prefetto del Culto Divino, Card. Robert Sarah al testo di don Federico Bortoli: è una bella difesa della posizione dei Papi, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Ci soffermiamo su alcune frasi: “Vediamo ora come la fede nella presenza reale può influenzare il modo di ricevere la Comunione, e viceversa. Ricevere la Comunione sulla mano comporta indubbiamente una grande dispersione di frammenti; al contrario, l’attenzione alle più piccole bricioline, la cura nel purificare i vasi sacri, non toccare l’Ostia con le mani sudate, diventano professioni di fede nella presenza reale di Gesù, anche nelle parti più piccole delle specie consacrate: se Gesù è la sostanza del Pane Eucaristico, e se le dimensioni dei frammenti sono accidenti soltanto del pane, ha poca importanza quanto un pezzo di Ostia sia grande o piccolo! La sostanza è la medesima! È Lui!
Al contrario, la disattenzione ai frammenti fa perdere di vista il dogma: pian piano potrebbe prevalere il pensiero: “Se anche il parroco non fa attenzione ai frammenti, se amministra la Comunione in modo che i frammenti possano essere dispersi, allora vuol dire che in essi non c’è Gesù, oppure c’è ‘fino a un certo punto’”. “Perché ci ostiniamo a comunicare in piedi e sulla mano? Perché questo atteggiamento di mancanza di sottomissione ai segni di Dio? Che nessun sacerdote osi pretendere di imporre la propria autorità su questa questione rifiutando o maltrattando coloro che desiderano ricevere la Comunione in ginocchio e sulla lingua: veniamo come i bambini e riceviamo umilmente in ginocchio e sulla lingua il Corpo di Cristo.”
“Il Signore conduce il giusto per ‘vie dritte’ (cfr. Sap 10,10), non per sotterfugi; quindi, oltre alle motivazioni teologiche mostrate sopra, anche il modo con cui si è diffusa la prassi della Comunione sulla mano appare essersi imposto non secondo le vie di Dio”.
E conclude il Cardinale: “Possa questo libro incoraggiare quei sacerdoti e quei fedeli che, mossi anche dall’esempio di Benedetto XVI – che negli ultimi anni del suo pontificato volle distribuire l’Eucaristia in bocca e in ginocchio – desiderano amministrare o ricevere l’Eucaristia in quest’ultimo modo, ben più confacente al Sacramento stesso.
Mi auguro ci possa essere una riscoperta e una promozione della bellezza e del valore pastorale di questa modalità. Secondo la mia opinione e il mio giudizio, questa è una questione importante su cui la Chiesa di oggi deve riflettere.
Questo è un ulteriore atto di adorazione e d’amore che ognuno di noi può offrire a Gesù Cristo. Mi fa molto piacere vedere tanti giovani che scelgono di ricevere nostro Signore così riverentemente in ginocchio e sulla lingua”.
Per finire, vorrei aggiungere una testimonianza inedita finora, la lettera che Mons Laise scrisse a Papa Benedetto (col quale aveva un lungo rapporto per averlo visitato parecchie volte come Cardinale Prefetto della Dottrina della Fede) nel 2005: “Ritengo anche che il Sinodo sull’Eucaristia debba soffermarsi su un esame di coscienza circa l’estensione del permesso di dare la Comunione sulla mano alla quasi totalità delle Chiese locali, quando nel 1969 lo si era concesso soltanto ad alcune Chiese europee dietro specifica richiesta dei loro pastori”.