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Laicità contro ragione: L’inganno della neutralità moderna
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Laicità contro ragione: L’inganno della neutralità moderna

 
Il principio di laicità, che nella modernità si presenta come cardine dell’ordinamento giuridico e come pretesa garanzia di pluralismo e neutralità dello Stato, nasconde una radicale aporia teoretica. Esso si costituisce come auto-contraddizione in quanto pretende di situarsi oltre ogni visione del bene, oltre ogni riferimento a un ordine naturale oggettivo, ma di fatto introduce una precisa visione antropologica e filosofica, quella dell’indifferenza o della riduzione del vero a semplice opinione privata.  
 
Lungi dall’essere uno spazio di neutralità, la laicità è una maschera ideologica che dissolve la dimensione ontologica della giustizia, per sostituirla con la mera procedura, con l’artificio di una convivenza fondata sul consenso formale e non sul riconoscimento di ciò che è giusto in sé.  
 
Nell’orizzonte del diritto naturale classico, elaborato da Aristotele e sviluppato da Tommaso d’Aquino, la convivenza politica non può essere fondata sul relativismo, poiché l’ordinamento giuridico è ordinamento della ragione pratica in conformità a un bene comune oggettivo. La legge positiva non trae la sua legittimità dal semplice fatto di essere stata posta, bensì dal suo radicamento nell’ordine delle cose, nell’orientamento alla perfezione della persona e della comunità.  
 
Ciò vale anche e soprattutto per la Costituzione scritta, ossia per la legge fondamentale dell’ordinamento: essa non è mai atto originario e autosufficiente, perché non può giustificarsi solo con la propria esistenza formale. Ogni Costituzione storica presuppone la Costituzione naturale, che è l’ordine razionale inscritto nell’essere umano e nella comunità politica.  
 
La necessità di questo radicamento è evidente. Una Costituzione che pretendesse di fondarsi soltanto su se stessa cadrebbe nella contraddizione: dire “questa è la legge fondamentale perché così abbiamo deciso” non fornisce alcuna ragione del perché essa debba essere rispettata come legge e non come atto di pura forza. Il potere costituente, se non riconosce di essere vincolato a un ordine che lo trascende, se non è ordinatore, è solo potere arbitrario.  
 
L’autorità di un Testo fondamentale, allora, non può derivare dal fatto che una maggioranza la ha prodotta, poiché la maggioranza potrebbe mutare o annientare le basi stesse della convivenza. Solo il radicamento nell’ordine naturale, che è stabile e oggettivo, permette di distinguere una Costituzione autentica da un atto contingente di dominio.  
È questa la ragione per cui il diritto naturale classico non conosce la dicotomia artificiale tra sacro e profano, tra ciò che riguarda la verità ultima dell’uomo e ciò che riguarderebbe soltanto la dimensione pubblica della convivenza. Separare la sfera politica dall’ordine del vero e del bene equivale a sottrarre la ragione alla propria natura di ordinamento finalizzato, riducendola a strumento tecnico privo di orientamento.  
 
In ciò consiste l’illusione della laicità moderna: pretendere che una costituzione storica o una legge fondamentale possa vivere di sola forma, senza sostanza, come se la validità fosse assicurata dall’atto di volontà collettiva o dal consenso democratico, prescindendo dal legame con la Costituzione naturale.  
 
La laicità moderna, presentandosi come principio costituzionale, ha inteso dislocare l’ordine politico sul piano della neutralità. Ora, non esiste neutralità in materia di giustizia. Scegliere di escludere il riferimento al diritto naturale equivale a operare una scelta sostantiva, per la quale il diritto si riduce a espressione di rapporti di forza, mediati dalle procedure e dai meccanismi di legittimazione formale.  
 
Non è un caso che i Testi costituzionali contemporanei abbiano moltiplicato i richiami ai diritti fondamentali senza però ancorarli a una nozione stabile di natura umana: i diritti vengono proclamati in astratto e resi disponibili all’interpretazione evolutiva dei giudici, che finiscono per costruire un ordinamento oscillante, fluido, incapace di riconoscere limiti ontologici. Laicità, in questo senso, coincide con l’indebolimento del principio di legalità sostanziale e con la trasformazione della costituzione scritta in strumento manipolabile da parte degli organi di garanzia.  
 
Il diritto naturale classico, invece, ricorda che la legge è autentica nella misura in cui è conforme alla giustizia, e la giustizia non è creazione storica, bensì adeguamento della volontà umana all’ordine razionale dell’essere. L’illusione moderna consiste nel credere che lo Stato possa astenersi dal riconoscere un bene oggettivo, restando arbitro imparziale tra visioni differenti.  
 
In realtà, ogni istituzione politica assume sempre un criterio di ordinamento e un concetto di persona: lo Stato laico sceglie di ridurre l’uomo a individuo isolato, titolare di pretese soggettive che non rimandano più a un ordine comune, bensì a un gioco di rivendicazioni contrapposte. Si tratta di un modello che, lungi dall’assicurare libertà, conduce alla dissoluzione del legame sociale e al trionfo dell’arbitrio mascherato da consenso democratico.  
La laicità si rivela, dunque, una categoria funzionale al progetto moderno di emancipazione dalla legge naturale e, quindi, dalla costituzione naturale, che è il presupposto della ragione stessa. Un ordinamento che rinuncia a fondarsi sull’ordine oggettivo dell’essere rinuncia a essere giuridico, riducendosi a pura tecnica di regolazione del potere.  
 
Solo il diritto naturale classico, restituendo al giuridico la sua radice nella giustizia e nel bene comune, sottrae l’uomo all’inganno della neutralità e riconduce la Costituzione scritta alla sua unica fonte di legittimità: la Costituzione naturale.  
 
Fonte  
 
 
 
2025-09-15
Autore : Daniele Trabucco Fonte : Il blog di Sabino Paciolla
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