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Perché le persecuzioni?
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Perché le persecuzioni?

 
 
Perché il mondo è indotto così frequentemente a soffocare la nostra fede addirittura con la violenza e nel sangue? Prenderemo in considerazione soprattutto la prima stagione persecutoria, quella che va dalla svogliata e tragica sentenza di Pilato al cosiddetto "Editto di Milano"; ma è un'analisi che si dimostra molto utile anche ai nostri giorni.  
 
Qui c'è un classico problema storico. Come mai proprio lo stato romano, che non era inutilmente crudele, che onorava nelle sue leggi l'equità e la giustizia più di qualsiasi altra potenza del mondo antico, che si studiava di arginare l'arbitrio con un forte senso del diritto, ha infierito così a lungo sui discepoli di Gesù?  
 
Ci limiteremo a riflettere su tre ragioni indiscutibili di questa ostilità; e saranno anche quelle che più di ogni altra ci aiuteranno a capire meglio alcune esigenze e alcune implicazioni della nostra fede.  
 
La nostra diversità  
 
Lo stato romano, nella prima fase dei suoi rapporti con i cristiani, perseguita più che per sua propensione per la pressione del malanimo popolare.  
 
La prima causa storica del martirio è stata l'antipatia della gente per i seguaci del Vangelo, per il loro essere "diversi", per il loro "strano" modo di vivere, per la loro dottrina inaudita.  
 
È un rilievo che induce a un pensiero un po' aspro, ma indubbiamente salutare segnatamente in un'epoca come la nostra. Non sta scritto da nessuna parte che il nostro Credo - anche quando è vissuto con elevata coerenza ed è reso operante nella carità - ci renda bene accetti agli occhi del mondo e ci concili il plauso dell'opinione pubblica.  
 
Sta scritto piuttosto: «Guai a voi, quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Lc 6,26).  
 
Questo è un richiamo opportuno per un tempo come il nostro, che pare identificare il pregio di un atto con il consenso più esteso e più conclamato; la misura del valore con gli indici di gradimento; la bontà di un comportamento con le convergenze che emergono dalle inchieste.  
 
Il che non significa però che siamo cristiani tanto più autentici quanto più risultiamo antipatici per i nostri modi urtanti, le nostre rigidità, le nostre personali insofferenze.  
 
Ma certamente ci dice che non possiamo identificare la fedeltà al messaggio di Cristo con l'abilità di farci accogliere e lodare da chi si mantiene su posizioni che con questo messaggio sono in contrasto.  
 
Il credente diventa un "testimone" vero - e se è necessario anche un "martire" - quando dimostra di essere ben persuaso che non si tratta di salvare la verità di Dio mediante l'approvazione dell'uomo, ottenuta o carpita in qualunque modo, bensì di salvare l'uomo mediante la verità di Dio annunciata a ogni costo.  
 
Il credente diventa un "testimone" vero quando domanda al Signore - al Signore! - che cosa sia il bene e che cosa sia il male, e non alle indagini sociali e ai sondaggi di opinione, effettuati entro un'umanità che dopo il peccato di Adamo ha sempre gli occhi un po' ottenebrati.  
 
Le pretese latreutiche del potere  
 
Una seconda causa storica del martirio in epoca romana è data dal deciso diniego dei cristiani di riconoscere con omaggi esterni o anche solo con dichiarazioni la divinità degli imperatori.  
 
La divinizzazione dei sovrani è un fenomeno che Roma ha mutuato dal mondo ellenistico. Si afferma e si generalizza soprattutto a partire da Domiziano, ed è subito contestata dalla Chiesa.  
 
Il rifiuto di adorare, con riti o con giuramenti, il "genio" imperiale - Seneca dice: «genios esse deos inferioris notae» - è spesso addotto dai verbali dei processi come motivo per la condanna.  
 
Anche Plinio il Giovane, scrivendo a Traiano nella sua celebre Lettera 96, dichiara di ritenere indizio sufficiente della ritrattazione degli accusati, «se facevano sacrifici con incenso e vino alla tua immagine».  
 
C'è qui la radice della riprovazione di ogni culto della personalità. Il cristiano ama e stima ogni uomo, perché ogni uomo è immagine viva di Cristo. Onora ogni legittima potestà, perché in ultima analisi essa proviene sempre da Dio. Riconosce con gioia le manifestazioni eccezionali dell'intelligenza, della capacità artistica, dell'abnegazione eroica per il bene degli altri. Ma non adora nessuno che non sia colui che solo deve essere adorato; non si considera suddito in senso assoluto, se non dell'unico Re dell'universo; e, propriamente parlando, non coltiva fanatismi nei confronti di nessun "divo" né della politica, né della cultura, né dello spettacolo, né dello sport.  
 
L'irriducibilità del cristianesimo  
 
La terza e più decisiva causa delle persecuzioni dei primi secoli è l'intransigenza cristiana a proposito della verità; intransigenza che non deve mai diventare intolleranza, ma è irrinunciabile consapevolezza dell'avvenuto ingresso dell'unico e assoluto Verbo di Dio nelle tenebre e nelle nebbie della storia umana.  
 
L'impero romano non era affatto chiuso nei confronti delle religioni diverse da quella della tradizione latina: non faceva alcuna fatica ad accogliere gli altri dèi che provenivano dalla Grecia, dall'Egitto, dall'Asia Minore. Nel suo "pantheon" c'era posto per tutti.  
 
Come mai allora ci si accanisce contro il Dio dei cristiani? Perché è un Dio che non accetta di essere uno dei tanti; non si accontenta nemmeno di essere il più potente e il migliore. Esige di essere l'unico: l'unico da adorare, perché è l'unico che davvero esiste.  
 
E così ogni altro culto viene svuotato e squalificato. Si capisce allora come i discepoli di Gesù, che non pregavano nessuna delle divinità presenti nei sacri edifici di Roma, potevano essere accusati di empietà e addirittura di ateismo. E come tali fossero condannati.  
 
Quando nella nostra mente si affaccia l'idea oggi così diffusa che "tutte le religioni in fondo sono uguali" - ciascun popolo ha la sua, si pensa, e anzi ogni uomo ha il diritto di scegliere quella che più gli aggrada - allora pensiamo seriamente al sangue dei martiri, che è stato versato appunto per asserire e difendere la verità del contrario.  
 
Chi è stato illuminato dalla divina Rivelazione non può ridursi a quella che può sembrare larghezza di idee, ed è soltanto rassegnazione all'assurdo. È la disperazione di quanti non hanno più fiducia che esista una verità; e dunque non ritengono che ci sia autentica salvezza per l'uomo, creatura ragionevole che pure ha il diritto di conoscere senza equivoci il suo Creatore e la strada giusta per arrivare a lui.  
 
La questione centrale  
 
Qui c'è la questione centrale dell'esistenza. L'irenismo e il relativismo religioso sono la causa di un grave malessere nell'umanità odierna. È un malessere sottile ma nefasto, perché insidia la stessa nostra possibilità di comprendere l'avvenimento salvifico e di arrivare alla sua comunione vitale.  
 
Un rimedio efficace a questo malessere sta proprio nel ripensare al sangue dei martiri. Non è stato versato per ridere: è stato versato perché fosse chiaro a tutti che «c'è un Dio solo, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e c'è un solo Signore, Gesù Cristo, in vista del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui» (1 Cor 8,6).  
 
Il cristiano coglie e avvalora ogni fremito di verità e di bene che si trova sparso in tutte le religioni, in tutte le culture, in tutti gli animi. Così si giustifica e si regge la nostra volontà di dialogo, di cui tanto oggi si parla. Ma al tempo stesso il cristiano non dimentica mai che «non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12), all'infuori di quello del nostro redentore, unico Signore dell'universo, della storia, dei cuori. E resta consapevole che le parole di Gesù e gli scritti apostolici non tanto nel "dialogo" quanto nella "persecuzione" prevedono l'atteggiamento normale e caratterizzante del "mondo" nei confronti della Sposa di Cristo e della più autentica vita ecclesiale.  
 
Il sangue dei martiri oggi ci implora di aver misericordia dell'uomo contemporaneo e di fargli arrivare efficacemente la notizia che non si tratta di scegliere tra l'una o l'altra religione, tra l'una o l'altra pratica esoterica, tra l'una o l'altra visione culturale: si tratta di lasciarsi afferrare e coinvolgere dall'unico evento risolutivo e centrale della vicenda umana, che è la Pasqua dell'Unigenito del Padre, morto in croce e risorto per noi.  
 
card. Giacomo Biffi  
 
Tratto da "Memorie e digressioni di un italiano cardinale", ed. Cantagalli 2010, pagg. 461-465. XXV digressione, "Perché le persecuzioni?".  
 
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2024-01-03
Autore : card. Giacomo Biffi
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