Il male predica la tolleranza finché non diventa dominante, poi cerca di mettere a tacere il bene
Contro la diserzione inescusabile dei cristiani.
mons. Charles Chaput, arcivescovo emerito di Philadelphia
Il male predica la tolleranza finché non diventa dominante, poi cerca di mettere a tacere il bene
Contro la diserzione inescusabile dei cristiani
Sebbene la genesi esatta di questa specifica frase risalga a discorsi e rubriche precedenti (spesso datati intorno al 2009), è nel libro Strangers in a Strange Land: Living the Catholic Faith in a Post-Christian World (2017) che l’Arcivescovo Chaput espande quell’aforisma in una vera e propria analisi sociologica e teologica.
Nel testo, Chaput non usa l’aforisma come un semplice slogan, ma sviscera il modo in cui il secolarismo ha usato il concetto di “tolleranza” per guadagnare potere, per poi trasformarsi in una forza intollerante che cerca di zittire la morale cristiana tradizionale non appena ha acquisito l’egemonia culturale.
1. L’inganno della tolleranza e la dittatura del nuovo conformismo culturale
“Viviamo in un Paese molto diverso da quello del passato. […] Le persone che mantengono una concezione classica della sessualità, del matrimonio e della famiglia sono passate in soli vent’anni dall’essere i pilastri delle convinzioni dominanti a diventare l’equivalente mediatico di razzisti e bigotti.” (Mons. C.J. Chaput, in “Strangers in a Strange Land: Living the Catholic Faith in a Post-Christian World”, 2017)
Nel suo esame della società post-cristiana, Chaput analizza la trasformazione del concetto di tolleranza, che da strumento di convivenza pacifica è divenuto un’arma di oppressione.
Per decenni, i movimenti che propugnavano una revisione radicale dell’etica sessuale, della struttura familiare e del diritto alla vita hanno fatto appello al principio democratico della tolleranza. Chiedevano semplicemente di non essere perseguitati, di avere uno spazio nella piazza pubblica e di veder riconosciuto il loro diritto di esistere senza subire discriminazioni. La retorica del pluralismo è stata il cavallo di Troia utilizzato per scardinare l’egemonia culturale dell’etica giudaico-cristiana.
Tuttavia, come osserva l’arcivescovo, la tolleranza è un valore temporaneo per chi non crede in una verità oggettiva. Non appena il secolarismo progressista ha smesso di essere una minoranza ed è diventato il potere dominante nelle università, nei media, nelle corporazioni tecnologiche e nei tribunali, ha gettato la maschera.
Il male, per prosperare in modo assoluto, non può sopportare la presenza del bene, perché la semplice esistenza del bene è una condanna silenziosa della sua natura. Di conseguenza, viviamo in un Paese radicalmente mutato in cui la tolleranza viene concessa solo a chi si piega al nuovo dogma. Le persone che mantengono una concezione classica e biblica della sessualità, del matrimonio e della famiglia sono passate, nell’arco di soli vent’anni, dall’essere considerate i pilastri del buon senso e della virtù civica a essere trattate come l’equivalente mediatico di razzisti e bigotti.
Chi difende la vita o la famiglia naturale non è più visto come un interlocutore con cui non si è d’accordo, ma come un nemico pubblico portatore di odio, un pericolo per la società che deve essere rieducato, emarginato professionalmente, sanzionato economicamente e, in ultima analisi, zittito. È la realizzazione della profezia per cui il progressismo, una volta al potere, instaura un regime di intolleranza punitiva sotto le mentite spoglie della “giustizia sociale”.
2. L’istinto totalitario del sistema e il mito dell’individuo isolato
“Senza i freni di una legge morale superiore, la democrazia lavora istintivamente contro il matrimonio naturale, le famiglie tradizionali e qualsiasi altra istituzione che crei legami e doveri tra i cittadini. Essa insiste sull’individuo autonomo come suo unico ideale.” (Mons. C.J. Chaput, in “Strangers in a Strange Land: Living the Catholic Faith in a Post-Christian World”, 2017)
La seconda argomentazione espande le radici filosofiche di questa intolleranza, individuandole nella natura stessa della democrazia moderna quando viene recisa dalle sue radici morali. Chaput attinge al pensiero di Alexis de Tocqueville per spiegare che una democrazia priva di una legge morale superiore o di un fondamento religioso trascendente non rimane neutrale a lungo, ma scivola inevitabilmente verso un totalitarismo morbido.
Il nuovo Stato secolare non riconosce alcuna autorità al di sopra di sé e vede con sospetto ogni istituzione che si frapponga tra il cittadino e il potere centrale.
Senza i freni di una visione morale ancorata al diritto naturale, l’apparato democratico, legislativo e culturale lavora istintivamente contro il matrimonio naturale, le famiglie numerose e tradizionali, le comunità di fede e qualsiasi altra associazione intermedia.
Il motivo è profondamente politico: queste istituzioni naturali creano legami, doveri, solidarietà e lealtà che sfuggono al controllo dello Stato e del mercato. Una famiglia forte o una comunità parrocchiale unita risponde a Dio prima che al governo, e questo rappresenta un ostacolo intollerabile per un’ideologia che vuole dominare ogni aspetto della vita umana.
Per abbattere queste resistenze, la cultura dominante insiste sull’individuo autonomo come suo ideale supremo, sciolto da ogni legame non scelto temporaneamente. Viene promosso il mito di un essere umano fluidamente indipendente, che si autodefinisce costantemente ed è guidato solo dai propri desideri di consumo. Ma un individuo sradicato dalla famiglia, dalla fede e dalla storia non è veramente libero; è al contrario la vittima perfetta per la manipolazione di un potere statale ed economico sempre più invadente, che si presenta come l’unico garante e fornitore di diritti, esigendo in cambio una sottomissione ideologica totale.
3. Nessuna via di fuga: il dovere cristiano della testimonianza e del conflitto
“Le persone sono sempre attratte dalle vie di fuga nei momenti difficili. Ma non ci sono vie di fuga. Il mondo ci segue. Il mondo è in noi, quindi dobbiamo farci i conti. […] Anche quando le persone buone perdono una battaglia nella piazza pubblica, ottengono qualcosa di buono. Testimoniano la verità, chiariscono la posta in gioco in una questione e fanno pagare un prezzo a coloro che vorrebbero compiere il male. […] Evitare una lotta su questioni di reale importanza non è mai scusabile.” (Mons. C.J. Chaput, in “Strangers in a Strange Land: Living the Catholic Faith in a Post-Christian World”, 2017)
Di fronte a un panorama così ostile, in cui il bene viene perseguitato attivamente, la reazione più naturale per molti cristiani è la paura o il desiderio di isolamento. Chaput affronta direttamente la tentazione di ritirarsi in enclave protette, rinunciando all’impegno politico e culturale per salvare la purezza della propria fede.
Molte persone, stanche del costante linciaggio mediatico, sono attratte dall’idea di trovare delle vie di fuga in questi tempi difficili, sperando di poter vivere quietamente ai margini della società.
Ma l’autore è perentorio: non ci sono vie di fuga possibili. Il mondo, con la sua tecnologia, le sue leggi intrusive e la sua cultura aggressiva, ci seguirà ovunque; il mondo è già dentro le nostre case attraverso gli schermi (oggi diremmo i display dei cellulari) e, spesso, è già entrato nelle nostre stesse menti.
Pertanto, l’unica scelta autenticamente cristiana è restare, combattere con le armi della verità e della carità, e farsi carico del conflitto. In una società post-cristiana dobbiamo accettare di essere “stranieri in terra straniera”, come gli antichi ebrei in esilio a Babilonia, lavorando per il bene della città in cui viviamo pur sapendo che la nostra vera patria è altrove.
Anche quando le persone buone affrontano lotte pubbliche destinate alla sconfitta politica o giudiziaria, non compiono un gesto inutile, ma ottengono qualcosa di spiritualmente e storicamente fondamentale.
Resistendo, testimoniano la verità oggettiva, chiariscono alle generazioni future quale sia la posta in gioco e, soprattutto, costringono il male a manifestarsi, estraendo un costo da coloro che lo compiono.
Il silenzio dei buoni è il terreno su cui il male prospera; per questo motivo, evitare una battaglia su questioni di importanza vitale per la dignità umana non è mai una forma di prudenza, ma una diserzione inescusabile dalla chiamata alla testimonianza cristiana.
2026-08-29
Autore : Sabino Paciolla
Fonte : Blog di Sabino Paciolla