Riflessione sul canto del Magnificat [2]
Pentecoste (Immagine generata con IA di Gemini)
Riflessione sul canto del Magnificat [2]
«Suscépit Israel púerum suum» (Lc 1,54)
Chi è veramente l’Israele santo di Dio?
La promessa ad Abramo e il compimento del Magnificat
Il Magnificat è anzitutto il canto di gratitudine con cui Maria celebra Dio che «si è ricordato» di Israele, suo servo e suo bambino. Il Cristo-Messia, in divina gestazione nel grembo della Vergine, è la risposta concreta e fedele che il Padre dona alle secolari attese del suo popolo, rimanendo fedele al patto stipulato con Abramo e con i patriarchi Isacco e Giacobbe-Israele.
Nel considerare questa fedeltà, appare fondamentale tracciare una chiara distinzione di fondo: l’Israele della Rivelazione biblica e dell’Alleanza divina — realtà teologica e spirituale fatta di fede, attesa ed elezione — non si identifica e non si risolve in alcuna struttura politico-statale terrena, né tantomeno nello Stato d’Israele dell’era contemporanea o nelle dinamiche di potere del capitale globale. L’elezione di Israele nel disegno di Dio non è una categoria geopolitica né un privilegio economico-fondiario, ma un mistero di grazia destinato alla salvezza dell’umanità.
In Gesù si intrecciano mirabilmente le due grandi unzioni dell’Antica Alleanza: la regalità e il sacerdozio. Attraverso Giuseppe, padre putativo, Gesù eredita legalmente la discendenza regale di Davide, compiendo la solenne promessa divina che un «frutto delle sue viscere» avrebbe seduto su un trono eterno (Sal 132,11). Allo stesso tempo, la tradizione attesta la radice davidica di Maria giacché all’epoca vi era il dovere e la consolidata consuetudine di sposarsi all’interno dello stesso clan parentale e della medesima tribù, in adempimento alla norma stabilita dalla legge di Mosè (cf. Numeri 36,6-9).
Tuttavia, i legami di parentela della Vergine con la tribù sacerdotale di Levi — evidenziati dal vincolo con la cugina Elisabetta, sposa del sacerdote Zaccaria e madre del Battista — rivelano che, attraverso l’intreccio parentale tra le casate d’Israele, nel grembo della Vergine il Messia assume in sé anche la pienezza della dignità sacerdotale. Egli è il Re dei re secondo la carne e la legge, ma è pure il Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza.
L’intervento di Dio non si limita alle tribù storicamente centrali del popolo di Israele (Giuda e Levi), ma raggiunge anche quelle più disperse e periferiche: «La terra di Zàbulon e la terra di Nèftali […], il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano in regione e ombra di morte una luce si è levata» (Mt 4,15-16; cf. Is 9,1-2).
In Gesù, Dio si manifesta fedele a ogni parola data ai padri. Durante la sua missione terrena, Cristo si rivolge anzitutto alla casa d’Israele (cf. Mt 15,24), e di fronte ad eventuali rivendicazioni che pretendono di prescindere dalla storia della Salvezza, ricorda alla Samaritana che «la salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22), per poi aprire proprio attraverso la fede il varco all’universalità.
La svolta della fede e la vocazione universale
Tuttavia, proprio mentre celebra il compimento di questa promessa, Maria intuisce profondamente che il Messia che porta in grembo non nasce per restare chiuso nei confini di un privilegio di sangue o di un patrimonio etnico. Il disegno originario di Dio, prefigurato già nell’Antico Testamento, possiede fin dal principio una vocazione universale destinata ad abbracciare tutte le nazioni della terra: fin dalla vocazione di Abramo («in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra», Gn 12,3; 22,18), passando per il Servo del Signore costituito «luce delle nazioni» (Is 49,6), il pellegrinaggio escatologico dei popoli verso il Monte del Tempio (Is 2,2-4; Mi 4,1-3) e il regno in cui Dio sarà Re di tutta la terra (Zc 14,9).
Il Figlio concepito per opera dello Spirito Santo rivela che la vera appartenenza al popolo eletto nasce dalla docilità alla Parola di Dio, superando ogni presunzione di appartenenza puramente carnale o biologica. Già Giovanni Battista aveva denunciato l’illusione di uno scudo meramente generazionale, gridando alle folle: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? Fate dunque opere degne della conversione e non cominciate a dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre. Anzi, la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco» (Lc 3,7-9).
Lo confermerà poi Gesù medesimo: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,48-50). Maria ne è il modello insuperabile: ella è pienamente Madre non soltanto per il legame fisico della carne, ma perché per prima, al momento dell’Annunciazione, ha pronunciato il suo Fiat fidandosi totalmente: «Si compia in me la tua Parola» (Lc 1,38).
In perfetta continuità, san Paolo ribadirà nelle sue lettere che «il giusto vivrà per fede» (Rm 1,17), additando proprio in Abramo l’archetipo di questa paternità spirituale: «Abramo credette a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia» (Rm 4,3). Abramo diventa così il vero padre di quanti accolgono l’amicizia con Dio, dimostrando che l’elezione d’Israele non era un muro di separazione, ma un servizio sacerdotale e un tramite storico affinché l’intero creato — segnato dal male — potesse avviarsi verso la salvezza e la redenzione in Gesù, Figlio di Dio.
La contesa della primogenitura
Attorno alla figura di Abramo si consuma uno dei nodi più intricati e drammatici della storia umana, dove la fede si intreccia indissolubilmente con le radici culturali, le tensioni politiche e l’attualità dei nostri giorni. Gli ebrei si riconoscono discendenti del Patriarca attraverso Isacco, il figlio della promessa nato da Sara; gli arabi, in maggioranza di fede musulmana, vedono la propria discendenza spirituale e genealogica in Ismaele, il primogenito nato da Agar, come attesta il testo biblico e riprende con forza la tradizione esegetica islamica.
Questa contesa storica esplode drammaticamente nell’attualità della Terra Santa, prima fra tutti la Spianata del Tempio — o Spianata delle Moschee (Haram al-Sharif). Proprio su quel monte, infatti, la tradizione ebraica colloca il luogo del sacrificio di Isacco richiesto ad Abramo, mentre la tradizione islamica vi riconosce prevalentemente il luogo della prova del primogenito Ismaele e il punto da cui il Profeta Maometto ascese al cielo. In sintesi, gran parte dei conflitti religiosi, culturali e geopolitici che dilaniano il Medio Oriente dei nostri giorni ruota attorno a questa domanda drammatica: chi è il vero erede delle promesse divine? È la lotta per una primogenitura esclusiva, in cui la benedizione dell’uno sembra spesso esigere la negazione o l’esclusione dell’altro.
La novità del cristianesimo risiede nel superamento di questo scontro radicale, riconducendo l’intera elezione a una sola persona: Gesù di Nazareth. È proprio nel Nazareno che le barriere crollano e si spalancano le porte all’universalità. La scelta dei dodici apostoli — richiamo simbolico alle dodici tribù di Giacobbe-Israele e ai dodici principi nati da Ismaele (cf. Gn 17,20) — pone le basi di un’alleanza affrancata dai legami di sangue o dalle rivendicazioni etnico-nazionali.
Il numero dodici manifesta così la rigenerazione e il riscatto dell’intero albero genealogico della famiglia umana: le radici, un tempo disperse e contrapposte nella carne, vengono ora ricucite in Cristo, trasformando la storica dispersione di Babele (Gn 11,1-9) in una sovrannaturale comunione.
Questa tensione escatologica trova il suo apice nella visione finale della Gerusalemme Celeste nell’Apocalisse: la città santa viene presentata con dodici porte, sulle quali sono scritti i nomi delle dodici tribù (Ap 21,12), e dodici fondamenta, su cui stanno i nomi dei dodici apostoli dell’Agnello (Ap 21,14). Subito dopo, il testo biblico precisa che l’albero della vita produce dodici frutti e le sue foglie servono alla «guarigione delle nazioni» (Ap 22,2).
Nel Nuovo Testamento questa emancipazione emerge con straordinaria chiarezza. Nella testimonianza dell’evangelista Luca, la vita pubblica di Gesù si snoda come un lungo viaggio dalle periferie della Galilea fino a Gerusalemme… Ma da lì, attraverso il mandato missionario, il cammino supera ogni confine geografico e nazionale, come narrano gli Atti degli Apostoli: la missione si espande a macchia d’olio fino a giungere a Roma, la capitale dell’Impero Romano.
Il termine Cattolicos (“universale”) attesta che l’elezione cessa di essere un muro divisorio, come canta l’Apostolo nella Lettera agli Efesini (2,13-14): «Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo…».
Il Christus totus e la diffusione della vita divina
È questa la missione universale che spinge la Chiesa fino ai confini del mondo per corrispondere al disegno ultimo di ricapitolare tutta la storia nella formazione del Christus totus, il “Cristo totale” in cui il Capo si unisce inseparabilmente al suo Corpo diffuso in tutti i popoli.
Come insegna con chiarezza il Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica Lumen Gentium (n. 17): «La Chiesa è spinta dallo Spirito Santo a cooperare perché si attui il disegno di Dio, il quale ha costituito Cristo principio di salvezza per tutto il mondo […]. Con la sua attività fa sì che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio […]. Così la Chiesa insieme prega ed opera, affinché la pienezza del mondo intero passi nel popolo di Dio, nel Corpo del Signore e nel Tempio dello Spirito Santo, e in Cristo, capo di tutti, sia reso al Creatore e Padre di tutti ogni onore e gloria».
Il Christus totus non è una semplice struttura organizzativa, ma la diffusione stessa della vita divina nel mondo. È l’irruzione di una vita soprannaturale che chiama gli uomini a uscire dalle proprie strettoie ideologiche o nazionali per entrare nel mistero di Dio e del suo amore universale.
Proprio in questa rivelazione, il senso stesso dell’essere umano trova la sua luce definitiva, come ricorda la Costituzione pastorale Gaudium et Spes (n. 22): «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era la figura di quello futuro, cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione».
Se dunque Cristo è il nuovo Adamo che svela pienamente l’uomo a se stesso e ricapitola in sé l’intera famiglia umana, Maria si erge al suo fianco come la nuova Eva, vera «Madre di tutti i viventi» (Gn 3,20). In Lei, che per prima ha pronunciato il Fiat della fede, la maternità supera definitivamente i confini del sangue per abbracciare la totalità dei redenti. È la grande intuizione che San Anselmo d’Aosta sintetizza contemplando in Maria la Madre della nuova creazione:
«Dio creò ogni creatura, e Maria generò Dio: Dio che aveva creato ogni cosa, si fece lui stesso creatura di Maria, e ha ricreato così tutto quello che aveva creato. E mentre aveva potuto creare tutte le cose dal nulla, dopo la loro rovina non volle restaurarle senza Maria». (San Anselmo, Orazione 52)
«Suscépit Israel púerum suum»
Giovanni Bellini, Pietà
«recordátus misericórdiæ, sicut locútus est ad patres nostros, Abraham et sémini eius in sæcula» (Lc 1,54-55).
L’asse di Gesù e la rottura del tempo
Nel mondo precristiano e pagano — così come nelle visioni gnostiche e in diverse filosofie orientali come l’induismo — il tempo era concepito come un’eterna spirale. Tutto era destinato a ripetersi all’infinito in un ciclo senza fine, proprio come il ripresentarsi cadenzato delle stagioni: «Nihil sub sole novum – nulla di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9-10).
In questa prospettiva l’uomo non era veramente protagonista di una storia poiché privo di autentica libertà, rimanendo schiavo del fato, della necessità o di divinità mutevoli e capricciose.
Con la tradizione ebraico-cristiana, il tempo vive una rivoluzione radicale e si trasforma in “storia”, ossia storia della salvezza. La scansione temporale assume un andamento rigorosamente lineare: possiede un punto di partenza ben preciso nella creazione (l’Alfa) e procede verso un traguardo definitivo (l’Omega, la parusia o venuta finale di Cristo). Nella «pienezza dei tempi», Dio invia suo Figlio nato da donna (Gal 4,4): è Cristo che spacca letteralmente la storia in un prima e un dopo, spezzando i cicli soffocanti del passato e trasformando il tempo nel kairos, il tempo favorevole in cui la libertà umana, colmata dalla Grazia, cammina verso la propria compitezza eterna.
In questa luce non ci collochiamo più nella pura successione quantitativa dei giorni, ma nel tempo di Dio che abbatte i cicli soffocanti del paganesimo che, secondo la celebre espressione di sant’Agostino, sono stati spazzati via per sempre: «circuitus illi iam explosi sunt» (De Civitate Dei, XII, 20). È il definitivo scacco a Kronos, il tempo mitologico che divora i propri figli; nel corpo glorioso di Maria la morte è già vinta, e il tempo smette di essere un carnefice per diventare il grembo in cui si prepara l’eternità.
Il male interno e lo svelamento dell’ingiustizia
Tuttavia, questa lotta prosegue nella storia attraverso la Chiesa, che cammina nel tempo riflettendo la forza di Gesù per completare nella propria carne «ciò che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1,24).
Come insegna il Concilio Vaticano II: «Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno» (Gaudium et Spes n. 37; cf. Mt 24,13; 13,24-30 e 36-43).
La battaglia più dolorosa non si combatte all’esterno, ma all’interno della Chiesa stessa, dove il bene e il male — il grano e la zizzania — crescono inevitabilmente insieme fino al momento del raccolto (Mt 13,24-30).
La ferita più profonda resta il tradimento interno, l’allontanamento dalla verità da parte di chi era stato chiamato alla luce. Questo dramma si manifesta nel fenomeno dell’apostasia, che ha toccato il suo vertice nel Documento sulla Fratellanza Umana di Abu Dhabi; lì, affermando che «il pluralismo e le diversità di religione […] sono una sapiente volontà divina», si giunge a equiparare implicitamente le diverse fedi e a mettere in ombra l’unicità salvifica di Cristo, quasi che Egli non sia l’unico Figlio di Dio e l’unico Salvatore del mondo (qui).
Tuttavia questo apparente trionfo del male rientra in realtà in un misterioso disegno divino: un mezzo attraverso cui Dio costringe l’ingiustizia a svelarsi compiutamente, a gettare ogni maschera per essere infine giudicata e definitivamente superata: «poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione» (2 Ts 2,1-17).
Questa drammatica contrapposizione spirituale, che attraversa i secoli fino alla Parusia, assume i tratti cosmici descritti nel libro dell’Apocalisse:
«Allora una scena grandiosa apparve nel cielo: una donna vestita di sole con la testa coronata da dodici stelle e la luna sotto i piedi. Era incinta, e gridava per le doglie del parto. Improvvisamente nel cielo apparve un grande drago rosso, con sette teste, dieci corna e sette diademi sulle teste. Con la coda trascinava la terza parte delle stelle dal cielo, e le scagliò sulla terra. Il drago si fermò davanti alla donna che stava per partorire, pronto a divorare il bambino, non appena fosse nato» (Ap 12,1-4).
Questa donna che soffre le doglie del parto è figura della Chiesa stessa, la quale, pur attraversando travagli, seduzioni e persecuzioni nel tempo, genera continuamente nella storia nuovi figli a Cristo attraverso la grazia che scaturisce dai Sacramenti.
Il ruolo di Maria nei tempi escatologici
In questa prospettiva emerge l’analogia e la profezia richiamata da san Luigi Maria Grignion de Montfort nel suo Trattato della vera devozione a Maria: come nella sua prima venuta Cristo si è fatto precedere da Maria, mistica aurora della redenzione, così nella sua seconda venuta Egli sarà preceduto dalla Vergine, immagine splendente e figura della Chiesa:
VD 49 «È per mezzo di Maria che la salvezza del mondo ha avuto inizio e per mezzo di Maria che deve essere portata a compimento. Maria non è quasi apparsa nella prima venuta di Gesù Cristo […]. Ma nella seconda venuta di Gesù Cristo, Maria deve essere conosciuta e rivelata dallo Spirito Santo, affinché per mezzo suo Gesù Cristo sia conosciuto, amato e servito…»
VD 50 «Dio vuole dunque rivelare e far conoscere Maria, il capolavoro delle sue mani, in questi ultimi tempi:
- Perché ella si è nascosta in questo mondo e si è posta più in basso della polvere per la sua profonda umiltà […].
- Poiché ella è il capolavoro delle mani di Dio, sia qui in terra con la grazia, sia in cielo con la gloria, Egli vuole esserne glorificato e lodato dai viventi.
- Come è stata l’aurora che ha preceduto e scoperto il Sole di giustizia, che è Gesù Cristo, così deve essere la via per la quale Gesù Cristo verrà una seconda volta, sebbene in modo diverso…»
Infatti, in questo nostro tempo di oscurità e di travaglio, i richiami della Vergine nelle sue numerose apparizioni, soprattutto in questi ultimi secoli, si presentano così come inviti urgenti a ritrovare la fede e la comunione con Dio.
Maria, come madre e sentinella della storia, ci invita infatti a tenere gli occhi aperti sui mutamenti del nostro tempo e a saper leggere i fatti concreti alla luce della Rivelazione.
I segni del presente e il volto dell’egoismo elevato a sistema
La dinamica escatologica della storia comporta una concomitante maturazione del bene e del male, una tensione che si manifesta in modo plastico e tangibile nei nostri giorni, rendendo sempre più evidenti i segni del traguardo finale.
Da un lato, possiamo vedere come il messaggio di Gesù ha ormai raggiunto i confini della terra e il popolo ebraico è ritornato nella propria terra, compiendo i passaggi storici preannunciati dai profeti.
Tra questi segnali escatologici spicca la profezia di Cristo: «Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti» (Lc 21,24), una Parola che sembra oggi trovare compimento nel progressivo ripristino della sovranità ebraica sulla Spianata del Tempio, a indicare la conclusione dell’epoca delle nazioni e l’avvicinarsi delle ultime battute della storia della salvezza.
Allo stesso tempo, tuttavia, la ferita dell’infedeltà consuma la Chiesa dal suo stesso interno: «Prima infatti dovrà venire l’apostasia e dovrà essere rivelato l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione…» (2 Ts 2, 3-4).
Parallelamente, il male rivela il suo volto concreto attraverso un sistema economico predatorio e globale: una struttura che divora le risorse del pianeta e accentra i beni del mondo a vantaggio di un’esigua élite di prepotenti, riservando alla maggioranza dell’umanità soltanto le briciole di un benessere illusorio.
Questo sistema, espressione dell’antico serpente, è giunto ormai al suo culmine, e accelerando da se stesso la propria dissoluzione, si pone da se stesso di fronte alla condanna imminente della giustizia di Dio.
La misericordia materna di Dio e il compimento della promessa
Proprio di fronte a questo collasso della storia, la promessa del Magnificat ci richiama alla natura profonda della memoria divina (recordátus misericórdiæ). Come ha evidenziato il teologo luterano Jürgen Moltmann, il motivo dell’immagine materna di Dio sta nel fatto che, per la mentalità biblica, il grembo che genera la vita coincide con il luogo in cui la misericordia fa contrarre le viscere: il dolore che scaturisce dall’amore partecipativo è lo stesso che si prova nelle doglie del parto.
Provare misericordia, perciò, non è semplice partecipazione alla sofferenza altrui, ma è sofferenza creativa: «Aver misericordia significa provare il dolore di colui che vivifica i morti, libera i prigionieri e scioglie i legami di coloro che sono avvinti» (Cf. J. Moltmann, Nella storia del Dio trinitario, p. 54).
Se il Figlio nasce dal grembo del Padre, «egli è anche il Figlio della misericordia eterna del Padre, e la paternità di Dio non sarà altro che questa misericordia che genera la vita» (ibidem).
Il Padre, perciò, attraverso la missione del Figlio, si apre al destino del mondo, chiuso nel suo peccato. La misericordia materna del Dio trinitario, quindi, non va confusa con la clemenza del Signore onnipotente, ma è amore “viscerale” che «tutto spera e tutto sopporta» (1 Cor 13,7): anche in questo senso Dio è veramente onnipotente!
Nell’immagine della Pietà — Maria che stringe sul grembo il Figlio morto — Moltmann vede un riflesso dell’amore del Padre. Un Padre che non rimane impassibile, ma partecipa al dramma della croce: mentre il Figlio prova l’abisso dell’abbandono per salvare l’uomo, il Padre soffre la dolorosa consegna del Figlio amato alla morte (Mt 27,46).
In questo supremo atto d’amore trinitario, Dio accoglie il destino del mondo nella vitalità del proprio amore profondo e lo fa partecipare alla sua vita divina (pag. 57). È in questo abbraccio viscerale che la storia trova la sua redenzione e la promessa antica giunge al suo definitivo compimento.
…sicut locútus est ad patres nostros, Abraham et sémini eius in sæcula.
2026-08-25
Autore : Fabio Vessillifero
Fonte : Blog di Sabino Paciolla